ALICE MILLER

La persecuzione del bambino

Le radici della violenza

BORINGHIERI



PREFAZIONE


È del tutto naturale che l'anima voglia avere una volontà propria e, se non si è lavorato con cura nei primi anni, in seguito la meta sarà più difficile da raggiungere. Questi primi anni presentano, tra l'altro, anche il vantaggio che si può far uso di violenza e di mezzi di costrizione. Con il passare degli anni i bambini dimenticano tutto ciò che è loro occorso nella prima infanzia. Se si riesce a privarli della loro volontà in quel periodo, poi essi non ricorderanno mai più di averne avuta una, e il rigore di cui si dovrà far uso, proprio per questo motivo non avrà conseguenze deleterie.

JOHANN SULZER (1748)

La disobbedienza equivale a una dichiarazione di guerra contro la vostra persona. Se vostro figlio vuole togliervi la sovranità, voi siete autorizzati a scacciare la violenza con la violenza per rafforzare la considerazione di cui godete presso di lui, senza la quale non sarà possibile educarlo in alcun modo. Le busse non devono essere un semplice trastullo, ma mirare a convincerlo che il padrone siete voi.

J. G. KRÜGER (1752)

Dice la Bibbia (Siracide 30,1): "Chi ama suo figlio gli fa spesso sentire la sferza, perché alla fine possa rallegrarsi di lui.

ADOLF MATTHIAS (1902)

In particolare non trascuravano mai di ricordarmi che era mio dovere obbedire immediatamente ai desideri e agli ordini dei genitori, dei maestri, dei preti ecc., insomma di tutti gli adulti, anche quando si trattava di servigi personali, e che non mi era lecito rifiutare. Ciò che dicevano gli adulti era sempre giusto. Questi fondamenti pedagogici sono diventati una parte di me stesso.

RUDOLF HÖSS, comandante ad Auschwitz

Che fortuna per i governanti che gli uomini non sappiano pensare.

ADOLF HITLER



L'educazione come persecuzione di ogni elemento vitale



CAPITOLO 1

La 'pedagogia nera'

La punizione seguì in grande stile. Per dieci giorni, troppi per qualsiasi coscienza, mio padre 'benedisse" con un righello affilato le palme aperte di suo figlio, che aveva quattro anni. Sette colpi ogni giorno su ogni mano fanno centoquaranta colpi e qualcosa di più: la fine dell'innocenza del bambino. Che cosa mai sia successo in Paradiso con Adamo, Eva, Lilith, il serpente e la mela, le giuste saette bibliche, il fragore dell'Onnipotente e il suo dito teso a cacciar via, io non lo so. Fu mio padre che mi scacciò di lì.

CHRISTOPH MECKEL (1979, p. 59)

Chi s'informa della nostra infanzia vuol sapere qualcosa della nostra anima. Se la domanda non un è artificio retorico e se chi interroga ha la pazienza di stare ad ascoltare, dovrà prendere atto che con terrore amiamo e con inesplicabile amore odiamo ciò che ci ha procurato i più atroci dolori e le pene più grandi.

ERIKA BURKART (1979, p. 352)

Introduzione

Chiunque sia stato genitore e non viva in uno stato di perfetto autoinganno sa per esperienza come possa riuscire difficile tollerare certi aspetti del carattere del proprio figlio. Accorgersi di questo è particolarmente doloroso, se vogliamo bene al bambino, desideriamo realmente rispettarne l'individualità e tuttavia non ci riusciamo. Magnanimità e tolleranza non si possono raggiungere con l'aiuto di conoscenze intellettuali. Se non abbiamo avuto la possibilità di vivere e rielaborare in modo cosciente il disprezzo di cui siamo stati vittime nella nostra infanzia, continueremo a riprodurlo e a trasmetterlo ai nostri figli. La conoscenza puramente intellettuale delle leggi dello sviluppo infantile non ci impedisce di provare irritazione o rabbia se il comportamento di nostro figlio non corrisponde alle nostre idee, se non è in sintonia con i nostri bisogni o se - peggio ancora - minaccia i nostri meccanismi di difesa.

Per i bambini le cose stanno in tutt'altro modo: essi non sono intralciati da alcuna storia precedente e la loro tolleranza nei confronti dei genitori è illimitata. Ogni crudeltà psichica, cosciente o inconscia, compiuta dai genitori è difesa con sicurezza nell'amore del bambino dalla possibilità di venire scoperta. Tutto ciò che si può impunemente pretendere da un bambino si può ricavare facilmente dai più recenti resoconti di storie di bambini (vedi per esempio Ariès, 1960; Helfer e Kempe, 1968; Schatzman, 1973; De Mause, 1974).

Le mutilazioni, lo sfruttamento e le persecuzioni sul piano fisico praticati un tempo sui bambini, nell'età moderna paiono sempre più essere stati soppiantati da forme di crudeltà psichica che inoltre si riusciva a mistificare mascherandola dietro il termine eufemistico di 'educazione". Dato che, presso alcuni popoli l'educazione cominciava già nel periodo dell'allattamento, nella fase del legame simbiotico tra madre e bambino, tale condizionamento precoce garantiva che il bambino non riuscisse mai a scoprire come veramente stessero le cose. La dipendenza del bambino dall'amore dei suoi genitori gli renderà impossibile anche in seguito riconoscere i traumi che spesso restano celati per tutta la vita dietro l'idealizzazione dei genitori che avviene nei primi anni dell'esistenza.

Il padre di Schreber, il paziente paranoico descritto da Freud, aveva pubblicato intorno alla metà del diciannovesimo secolo parecchi libri di pedagogia; in Germania essi erano divenuti così popolari che alcuni ebbero una quarantina di edizioni e vennero tradotti in numerose lingue. In quegli scritti viene di continuo ribadito che si dovrebbe cominciare a educare il bambino al più presto, già a partire dal quinto mese di vita, se si vuole estirpare da lui la "malerba". Ho trovato opinioni analoghe espresse in lettere e diari scritti da genitori. Per un osservatore esterno esse chiariscono molto bene i motivi che stanno alla base dei gravi disturbi dei loro figli, che in seguito divennero miei pazienti. Questi ultimi, tuttavia, sulle prime non erano neppure in grado di servirsi di quei diari e si rese necessaria un'analisi lunga e approfondita prima che essi potessero semplicemente scorgere la realtà che vi era descritta. Essi dovettero anzitutto liberarsi dallo stretto legame con i loro genitori per acquisire una personalità autonoma.

La convinzione che ogni diritto stia dalla parte dei genitori e che ogni crudeltà - cosciente o inconscia - sia espressione del loro amore rimane radicata così profondamente nell'essere umano perché si fonda sulle introiezioni che avvengono nei primi mesi di vita, ossia nel periodo che precede la separazione dall'oggetto.

Due passi tratti dai consigli che il dottor Schreber rivolgeva agli educatori nel 1858 possono servire a illustrare in che modo si svolga di solito questo processo:

Quali primi cimenti in cui devono farsi valere i principi educativi spirituali vanno considerati i capricci dei più piccini che si annunciano con urla e pianti immotivati (...) Se si è convinti che non ci siano bisogni reali, condizioni disturbanti o dolorose, o malattie, si può star certi che gli strilli sono la pura e semplice espressione di un capriccio, di un ghiribizzo, la prima apparizione della volontà individuale. Ora non è più possibile comportarsi come all'inizio limitandosi a sorvegliare il bambino, ma bisogna procedere in modo un poco più positivo: mediante rapida distrazione dell'attenzione, parole severe, gesti minacciosi, colpi contro il letto... o quando tutto ciò non sia più possibile mediante moderati avvertimenti corporali, segnati da brevi pause e ripetuti uniformemente fintanto che il bambino non si acquieti o si addormenti (...)
Un tale procedimento è necessario soltanto una o al massimo due volte, dopodiché si sarà padroni del bambino per sempre. D'ora innanzi uno sguardo, una parola, un solo gesto di minaccia saranno sufficienti a dominare il bambino. Ci si dovrebbe ricordare che così si fa al bambino il massimo favore in quanto gli si evitano molte ore di tensione che gli impediscono di crescere bene e inoltre lo si libera da tutti quei tormentosi spiriti interni che molto facilmente col passar del tempo possono trasformarsi decisamente in più seri e insormontabili nemici della vita. (Cit. in Schatzman, 1973, pp. 37 sg.)


Il dottor Schreber non sa che egli in sostanza combatte nei bambini i suoi propri impulsi e non lo sfiora il pur minimo dubbio sul fatto di esercitare il suo potere esclusivamente nell'interesse del bambino: "Se i genitori si mantengono fedeli a questo principio, saranno presto ricompensati dall'instaurarsi di quella meravigliosa relazione in cui il bambino è quasi sempre comandato da un semplice sguardo dei genitori" (ibid., pp. 41 sg.).
Ai bambini educati in questo modo spesso capiterà ancora in età matura di non accorgersi di essere sfruttati da un altro individuo finché costui si rivolga a loro in modo "gentile".
Spesso mi è stato domandato perché mai nel Dramma del bambino dotato io parli perlopiù delle madri e così poco dei padri. In realtà chiamo "madre" la persona di riferimento più importante per il bambino nel suo primo anno di vita. Non deve necessariamente essere la madre biologica e può anche non trattarsi di una donna.

Nel Dramma mi era parso rilevante richiamare l'attenzione sul fatto che gli sguardi repressivi e sprezzanti ricevuti dal lattante possono contribuire alla comparsa di gravi disturbi, tra cui perversioni e nevrosi ossessive, nell'età adulta. Nella famiglia Schreber non era la madre effettiva a "comandare con lo sguardo" i due figli quand'erano lattanti, bensì il padre. Entrambi i figli soffrirono in seguito di malattie mentali caratterizzate da mania di persecuzione.

Fino a questo momento non mi sono mai occupata di teorie sociologiche relative ai ruoli del padre e della madre. Negli ultimi decenni è aumentato sempre di più il numero dei padri che assumono anche le funzioni materne positive e che sono capaci di dimostrare al bambino tenerezza, calore e immedesimazione nei suoi bisogni. Al contrario che ai tempi della famiglia patriarcale, oggi ci troviamo in una fase di sano sperimentalismo riguardo ai ruoli sessuali e in tale stadio mi è difficile parlare dei "ruoli sociali" di padre o madre senza incorrere in categorie normative ormai superate. Posso quindi soltanto affermare che ogni bambino piccolo ha bisogno della compagnia di una persona (non ha importanza se si tratti del padre o della madre) che capisca i suoi sentimenti e che non sia autoritaria nei suoi confronti.

Nei primi due anni si possono fare al bambino un'infinità di cose: piegare la sua volontà, disporre di lui, insegnargli delle buone abitudini, correggerlo e punirlo, senza che all'educatore succeda nulla, senza che il bambino si vendichi. Quest'ultimo riesce a superare senza gravi conseguenze l'ingiustizia che gli viene inflitta se gli è consentito di difendersi, vale a dire di esprimere il suo dolore e la sua ira. Ma se gli viene impedito di reagire a modo suo, perché i genitori non riescono a sopportare le sue reazioni (le urla, la tristezza, la rabbia) e glielo vietano con occhiatacce o altre misure educative, allora il bambino imparerà a rimanere muto. Il suo mutismo garantisce, certo, l'efficacia dei principi educativi, ma cela allo stesso tempo il focolaio dei pericoli che minacciano il suo futuro sviluppo. Se mancarono nel senso più lato reazioni adeguate alle offese, alle mortificazioni e alle violenze subite, tali esperienze non potranno venir integrate nella personalità, i sentimenti rimarranno repressi, il bisogno di esprimerli resterà insoddisfatto, senza speranza di essere mai appagato. E proprio questa disperazione, di non riuscire mai più ad esprimere i traumi inconsci con i sentimenti adeguati che conduce la maggior parte delle persone a una grave crisi psichica. E noto che all’origine della nevrosi non sta tanto un avvenimento reale, quanto piuttosto la necessità della rimozione. Cercherò di dimostrare che questo fenomeno tragico non interviene solamente a determinare la comparsa delle nevrosi.

La repressione dei bisogni pulsionali costituisce soltanto una parte della massiccia repressione esercitata sull’individuo dalla società. Poiché però quest’ultima non inizia la sua azione repressiva soltanto nell’età adulta, ma già dai primi giorni di vita, tramite genitori spesso animati dalle migliori intenzioni, l’individuo in seguito non è in grado di scoprirne in sé stesso le tracce, senza che qualcuno gli dia una mano. È come se si imprimesse a qualcuno un marchio sulla schiena, un marchio, che egli non sarà mai in grado di scorgere senza uno specchio. La situazione analitica fornisce, tra l’altro, tale specchio.

La psicoanalisi rimane un privilegio di pochi e i suoi risultati terapeutici vengono spesso contestati. (Nota: Alice Miller ha preso le distanze dalla psicoanalisi classica e in seguito dalla terapia primaria. Prima di cercare un qualsiasi approccio terapeutico leggi le avvertenze qui. Maggiori approfondimenti si trovano nel libro 'Il bambino inascoltato' e nei libri più recenti, ma anche nella prefazione alla nuova edizione de 'Il dramma del babino dotato'. Chiedi sempre le ultime edizioni aggiornate dei libri)
Ma chi abbia sperimentato più volte e con persone diverse, quali forze vengano liberate quando si sia riusciti a smantellare le conseguenze dell’educazione; chi riesca a scorgere come queste forze debbano essere altrimenti impiegate a fini distruttivi, per annientare ciò che vive e palpita in noi stessi e negli altri, perché questo è stato considerato sin dall’infanzia come cattivo e minaccioso, chi dunque abbia compiuto tale esperienza prova il desiderio di comunicare alla società qualcosa delle esperienze acquisite all’interno della situazione psicoanalitica. È ancora da vedere se tale comunicazione possa avere buon esito. Tuttavia la società ha diritto di venire a sapere, per quanto è possibile, che cosa capiti realmente nella stanza dell'analista. Giacché ciò che emerge in quella sede non sono solo faccende private di gente malata e un po' matta, ma ci riguarda tutti da vicino.


I focolai dell’odio: due secoli di letteratura pedagogica

Da molto tempo mi domando in che modo potrei mostrare in forma chiara e non puramente intellettuale quali misfatti si compiano sui bambini nel primo periodo della loro vita e quali ne siano le conseguenze sulla società. In che modo, spesso mi sono domandata, posso raccontare ciò che altre persone hanno scoperto attraverso anni di faticoso lavoro di ricostruzione sulle origini della propria vita? Alla difficoltà dell'esposizione si aggiunge il vecchio conflitto: da un lato si colloca il mio dovere professionale di riservatezza, dall'altro la convinzione che esistano fenomeni che si ripetono con regolarità e la cui conoscenza non dovrebbe rimanere riservata soltanto a pochi iniziati. D'altro lato conosco bene le difese dei lettori non analizzati, i sensi di colpa che insorgono quando si parli di crudeltà e la via del lutto debba ancora rimanere preclusa. Che cosa dobbiamo fare di queste tristi cose che siamo venuti a sapere?

Siamo così abituati ad accogliere come precetto e come predica morale tutto ciò che sentiamo, che talvolta anche semplici informazioni vengono vissute come rimproveri e perciò non possono essere neppure recepite. A ragione ci difendiamo contro nuove sollecitazioni, quando siamo stati investiti troppo presto e non di rado con violenza, dalle pretese della morale. Amore per il prossimo, perfezionamento di sé, spirito sacrificio... come suonano bene queste parole, ma quanta crudeltà può nascondersi in esse semplicemente perché sono imposte al bambino fin da un'età nella quale non possono ancora esistere i presupposti dell'amore per il prossimo! Non di rado succede che quei presupposti sia soffocati ancora in germe con metodi costrittivi, mentre rimane solo uno sforzo faticoso che ci accompagna per tutta la vita. E come un terreno troppo duro, sul quale non può crescere nulla, e l'unica speranza di strappare in qualche maniera l'amore richiesto sta nell'educazione dei propri figli, nella quale possiamo a nostra volta esigerlo spietatamente.
Per tale motivo intendo evitare ogni moralismo: non vorrei affatto dire che si debba fare o non fare questo o quello, per esempio che non si deve odiare, poiché ritengo inutili simili frasi. Penso invece che il mio compito consista nel mostrare le radici dell'odio, che soltanto pochi individui paiono scorgere e nel ricercare la spiegazione del fatto che siano così in pochi a notarle.
Mentre ero alle prese con questi problemi, mi capitò tra le mani il volume Schwarze Pädagogik (Pedagogia nera, 1977), curato da Katharina Rutschky. Si tratta di una raccolta di scritti pedagogici, che descrivono con tale chiarezza tutte le tecniche del condizionamento precoce a non accorgersi di quanto ci stia realmente capitando, da confermare pienamente, a partire dalla realtà, molte ricostruzioni alle quali sono giunta nel corso di un lungo lavoro analitico. Così mi venne l'idea di scegliere alcuni passi tratti da questo libro eccellente, ma assai ampio, in modo che il lettore con il loro aiuto possa rispondere da sé, e in modo del tutto personale alle domande che vorrei sollevare. Le domande sono soprattutto queste: come furono educati i nostri genitori? Che cosa dovettero o che cosa gli fu consentito di fare di noi? Come avremmo potuto accorgerci di tutto ciò? Quale diverso atteggiamento avremmo potuto avere con i nostri figli? Sarà mai possibile spezzare questo circolo vizioso? E, per finire: la colpa si riduce forse nel momento in cui ci si bendano gli occhi?

Non è da escludersi che con questi testi io intenda ottenere qualcosa del tutto impossibile o perfettamente superfluo. Infatti finché a un individuo non è consentito di vedere una cosa, la cosa medesima gli dovrà passare inosservata oppure venir fraintesa, in un modo o nell’altro dovrà essere respinta. Se invece gli è già divenuta accessibile in precedenza, costui non ha bisogno di venirla a sapere da me. Questa riflessione è giusta, eppure non voglio, nonostante tutto, rinunciare al mio intento, perché mi pare che si tratti di un tentativo sensato, anche se per il momento dovessero approfittare di queste citazioni soltanto pochi lettori.

I testi prescelti svelano a mio avviso delle tecniche mediante le quali non soltanto “certi bambini”, ma più o meno noi tutti e soprattutto i nostri genitori e progenitori) siamo stati addestrati a “non accorgerci”. Ho adoperato il termine “svelano”, anche se quegli scritti non erano affatto segreti, ma anzi erano diffusi pubblicamente e conobbero parecchie ristampe. Tuttavia una persona della generazione attuale potrà scoprirvi tra le righe qualcosa che lo riguarda personalmente, e che è rimasto ancora nascosto ai suoi genitori. Questa lettura può dargli la sensazione di aver scoperto un segreto, qualcosa di nuovo e al tempo stesso sconosciuto da tempi remoti, che fino a quel momento aveva offuscato e contemporaneamente determinato la sua vita. Questa è stata anche la mia esperienza durante la lettura di Schwarze Pädagogik. Le tracce della “pedagogia nera” nelle teorie psicoanalitiche, nella politica e nelle innumerevoli costrizioni cui siamo sottoposti nella vita di tutti i giorni mi sono d’un tratto balzate agli occhi più nitidamente.

Da sempre la “testardaggine”, l’ostinazione, la caparbietà e la veemenza dei sentimenti infantili sono i lati del carattere che procurano agli educatori le maggiori preoccupazioni. Non ci si stanca di insistere sul fatto che non è mai troppo presto per cominciare a educare all’obbedienza. Esaminiamo, a mo’ di esempio le seguenti argomentazioni di Johann Sulzer:

L’ostinazione si manifesta sin dalla prima infanzia come un espediente naturale, non appena i bambini sono in grado di fare capire a gesti i loro desideri. Quando scorgono un oggetto che vorrebbero, ma non riescono ad avere, si stizziscono, si mettono a urlare e a menar botte tutt’intorno. Se invece gli si dà qualcosa che non è di loro gradimento, la gettano via e incominciano a urlare. Questi sono comportamenti cattivi e pericolosi che ostacolano ogni forma di educazione e non lasciano emergere dal bambino alcuna buona qualità. E impossibile impartire a un bambino una buona educazione, senza aver prima scacciato da lui ostinazione e cattiveria. Non appena, quindi, in un bambino si manifestano tali difetti, è tempo di contrastare questo comportamento cattivo, dimodoché esso con l’abitudine non si radichi ancor di più e i fanciulli non ne siano completamente corrotti.
Consiglio dunque a tutti coloro che devono educare dei bambini di dedicarsi subito, quale compito precipuo, a eliminare l’ostinazione e la cattiveria e ad esso lavorare sinché non siano pervenuti alla meta. Come ricordai più sopra, i minorenni non possono venir persuasi per mezzo di argomenti; la caparbietà s’ha dunque da scacciare in maniera meccanica e per questo altro mezzo non v’è che mostrare fermezza. Basta già che si ceda una volta solamente alla loro ostinazione, e la seconda essa sarà già più forte e difficile da vincere. Una volta che i bambini abbiano appreso che possono imporre, con le bizze e le urla la loro volontà, non mancheranno di servirsi nuovamente di tale mezzo. E finalmente diverranno i padroni dei loro genitori e bambinaie e acquisteranno un’indole cattiva, caparbia e insofferente, con la quale poi per tutta la vita affliggeranno e tormenteranno i loro genitori, quale meritata ricompensa della buona educazione ricevuta. Ma se i genitori sono così fortunati da eliminare sin dall’inizio l’ostinazione mediante severi rimproveri e con l’uso della verga, otterranno così bambini obbedienti, docili e buoni, cui in seguito sarà facile impartire una buona educazione. Se si vuole porre delle buone basi per l’educazione, è opportuno non desistere sinché non si veda che l’ostinazione è scomparsa, dato che è assolutamente necessario che di essa non rimanga traccia. Nessuno s’immagini di poter fare qualcosa di buono in campo educativo prima di aver eliminato questi due difetti capitali. Altrimenti ci si adoprerà invano. E necessario anzitutto porre buone fondamenta.
Sono questi, dunque, i due elementi principali cui occorre badare nel primo anno dell’educazione. Se i bambini hanno già compiuto l’anno e quindi iniziano a capire e a dire qualcosa, si dovrà pensare anche ad altri insegnamenti, ma sempre e soltanto a patto che l’ostinazione sia il principale oggetto di tutta l’opera, fino a quando essa non sia del tutto eliminata. La nostra meta precipua è di rendere i bambini personcine rette e virtuose, e di questo intento primario i genitori debbono ricordarsi ogni volta che vedono i loro figli, affinché non perdano occasione alcuna di lavorare su di loro. Ben a mente debbono anche tenere i lineamenti o l’immagine di un’indole ben disposta alla virtù, di cui ho parlato in precedenza, affinché sappiano quali azioni intraprendere. La prima e più generale meta cui occorre mirare è quella di instillare nei bambini l’amore per l’ordine; è questa infatti la prima qualità richiesta per essere virtuosi. Ma anche questa, come tutte le altre cose che si vogliono attuare con i bambini, può avvenire solamente in maniera meccanica, nei primi tre anni.
Giacché tutto ciò che ci si prefigge di attuare con i bambini occorre farlo secondo le regole di un sano ordine. Il mangiare e il bere, il vestirsi, il dormire e soprattutto i lavoretti domestici del bambino devono svolgersi in maniera ordinata e non debbono mai variare in base al suo capriccio o la sua stravaganza, affinché egli impari nella sua prima infanzia ad assoggettarsi pienamente alle regole dell’ordine. E indubbiamente l’ordine che si tiene con i bambini si ripercuote sull’indole, e se essi vengono abituati a un sano ordine sin da piccolini, lo riterranno in seguito del tutto naturale, in quanto non si rammentano che esso è stato loro indotto mediante artificio. Se per indulgenza nei confronti di un bambino si vuole alterare l’ordine delle sue piccole incombenze domestiche, ogniqualvolta la sua stravaganza lo richieda, egli si persuaderebbe che l’ordine non è poi così importante e che esso deve sempre cedere al nostro ghiribizzo; questo sarebbe un pregiudizio che arrecherebbe danni enormi alla sua moralità, come facilmente si potrà arguire dalle considerazioni che facevo poco fa riguardo all’ordine. Non appena si potrà parlare con il bambino, occorrerà presentargli in ogni occasione l’ordine come qualcosa di sacro e di inviolabile. Se vorrà delle cose che violano l’ordine gli si dirà: Mio caro piccino, questo non potrà mai accadere, dato che è contro l’ordine, e questo non lo si potrà mai trasgredire e così via.
Il secondo caposaldo dell’educazione cui occorrerà applicarsi sin dall’inizio del secondo e terzo anno è una rigorosa obbedienza verso i genitori e coloro che sono preposti all’educazione stessa, e l’esser contenti di tutto ciò che essi fanno. Qualità siffatte non soltanto sono assolutamente necessarie per un buon esito dell’educazione, ma hanno soprattutto un’influenza fortissima sull’educazione. In vista dell’educazione esse sono necessarie, dato che conferiscono all’animo soprattutto ordine e sottomissione alle leggi. Al bambino avvezzo a obbedire ai genitori piacerà anche, quando divenga libero e padrone di sé stesso, sottomettersi alle leggi e alle regole della ragione, dato che è già stato avvezzo a non agire a piacer suo. Siffatta obbedienza è talmente preziosa che tutta quanta l’educazione non è altro che imparare l’obbedienza . E un detto ovunque risaputo che le persone di rango destinate a governare gli Stati debbono apprendere attraverso l’obbedienza l’arte di governare: Qui nescit oboedire, nescit imperare. Ma l’unico motivo ditale principio può essere che l’obbedienza rende l’uomo adatto a osservare le leggi, il che costituisce la prima qualità di un governante. Dopo che dunque, mediante un primo lavoro sui bambini, si è eliminata l’ostinazione nei loro teneri animi, la maggior parte del lavoro educativo andrà concentrata sull’obbedienza, che tuttavia non è per nulla facile instillare nei bambini. E del tutto naturale che l’anima voglia avere una volontà propria e, se non si è lavorato con cura nei primi due anni, in seguito la meta sarà più difficile da raggiungere. Questi primi anni presentano, tra l’altro, anche il vantaggio che si può far uso di violenza e di mezzi di costrizione. Con il passare degli anni i bambini dimenticano tutto ciò che è loro occorso nella prima infanzia. Se si riesce a privarli della loro volontà in quel periodo, poi essi non ricorderanno mai più di averne avuta una, e il rigore di cui si dovrà far uso, proprio per questo motivo non avrà conseguenze deleterie.
Sia dall’inizio, non appena i bambini siano in grado di capire qualcosa, occorre dunque mostrar loro sia con le parole che con i fatti che si debbono sottomettere ai volere dei genitori. L’obbedienza consiste nei tre punti seguenti: 1) facciano di buon grado ciò che viene loro ingiunto; 2) si astengano di buon grado da ciò che viene loro proibito; 3) siano contenti delle disposizioni che si prendono a loro riguardo. (J. Sulzer, Versuch von der Erziehung und Unterweisung der Kinder, 2ª ed. 1748, cit. in Katharina Rutschky, a cura di, Schwarze Pädagogik [d’ora in poi indicata come KR], pp. 173 sgg.)

C’è da restare stupefatti al vedere quante nozioni di psicologia possedesse già questo educatore vissuto duecento anni fa. E vero difatti, che i bambini con il passare degli anni dimenticano tutto quel che è loro capitato nella prima infanzia. Non v’è dubbio che “essi non ricorderanno poi mai più di aver avuto una volontà”. Falsa è invece la conclusione della frase, e cioè che “il rigore di cui si dovrà far uso, proprio per quel motivo, non avrà conseguenze deleterie”.

È vero invece il contrario: giuristi, politici, psichiatri, medici e secondini si occupano professionalmente per tutta la vita proprio di quelle conseguenze perniciose, perlopiù senza esserne consapevoli. Ci vorranno anni di lavoro psicoanalitico per riuscire ad accostarsi alle loro origini; quando però ci si riesce, si ottiene effettivamente la liberazione dai sintomi.

La gente comune, non specialista in materia, torna sempre a obiettare che esistono persone che hanno superato un’infanzia oggettivamente difficile senza per questo diventare nevrotiche, mentre altre persone che sono cresciute in un cosiddetto “ambiente protetto” sono sofferenti di disturbi psichici. Ciò andrebbe quindi imputato a una disposizione innata, mentre andrebbe negato l’influsso dei genitori.

Il passo sopra riportato aiuta a capire come si possa (ma si deve proprio?) pervenire a questo errore in tutti gli strati della popolazione. Le nevrosi e le psicosi, infatti, non sono dirette conseguenze di reali frustrazioni, bensì l’espressione della rimozione di traumi. Quando si tratta soprattutto di educare i bambini in maniera che non si accorgano del male che si fa loro, delle cose di cui li si priva, di ciò che essi perdono, della persona che avrebbero potuto essere se educati diversamente, e di chi essi siano in realtà, e qualora questa educazione si applichi sufficientemente in tempo, allora in seguito l’adulto - a prescindere dalla sua intelligenza - vivrà la volontà degli altri come se fosse sua propria. Come potrà mai infatti sapere che la sua volontà è stata stroncata, dal momento che non gli è mai stato consentito di farne esperienza? Proprio questa potrà essere la causa del suo ammalarsi, Invece un bambino che abbia magari vissuto fame, peregrinazioni, bombardamenti, sempre però sentendosi preso sul serio e rispettato come una persona autonoma dai propri genitori, non si ammalerà per via di quei traumi reali. Ha persino la possibilità di conservare dei ricordi di quelle esperienze (perché ve l’hanno accompagnato persone di riferimento a lui affezionate) e arricchire in tal modo il proprio mondo interiore.

Il passo seguente, di J. G. Krüger, rivela il motivo per cui è stato (e continua ad essere) così importante per gli educatori combattere energicamente la “testardaggine”:

A mio giudizio non bisogna mai battere i bambini per punire gli sbagli che essi commettono a cagione di debolezza. L’unico vizio che merita le busse è la testardaggine. E dunque ingiusto picchiarli affinché apprendano meglio; è ingiusto picchiarli perché sono caduti; è ingiusto picchiarli se inavvertitamente hanno fatto dei danni; è ingiusto picchiarli perché piangono; ma è giusto e ragionevole batterli per ognuno di questi misfatti, oltre che per altre inezie, se essi l’hanno fatto per cattiveria. Se il vostro figliuolo non vuole studiare, perché voi invece lo volete se piange con 1’intento di tenervi il broncio, se fa danni per ingiuriarvi, in breve, se gli s’incaponisce:

allora picchiatelo pure di santa ragione
e lasciatelo urlare: no, no, papà, no!

Giacché una simile disobbedienza equivale a una dichiarazione di guerra contro la vostra persona. Se vostro figlio vuole togliervi la sovranità, voi siete autorizzati a scacciare la violenza con la violenza per rafforzare la considerazione di cui godete presso di lui senza la quale non sarà possibile educarlo in alcun modo. Le busse non devono essere un semplice trastullo, ma mirare a convincerlo che il padrone siete voi. Perciò voi non dovete assolutamente smettere prima che egli abbia fatto ciò di cui prima, per cattiveria, si rifiutava. Se invece non se ne dà cura, voi avete ingaggiato con lui una battaglia in cui la sua malvagità ha trionfato, prefiggendosi seriamente anche in futuro di non dar retta alle percosse solo per non restai soggetto alla potestà dei genitori; se invece già dalla prima volta si è riconosciuto vinto e ha dovuto umiliarsi dinanzi a voi, perderà il coraggio di ribellarsi un’altra volta. Comunque dovete badare a non lasciarvi sopraffare dall’ira durante il castigo. Giacché il fanciullo diverrà sufficientemente perspicace da scorgere la vostra debolezza e considererà il castigo come un effetto dell’ira, e non quale esercizio di giustizia, come invece sarebbe opportuno.
Se dunque non riuscite a dominarvi in questi frangenti lasciate piuttosto a un altro il compito di attuare il castigo, raccomandandogli però caldamente di non smettere prima che il fanciullo abbia esaudito il volere paterno e venga a chiedervi perdono. Il perdono, come osserva assai giustamente Locke, non dovete negarglielo del tutto, ma renderglielo un po’ brusco e non dimostrargli pienamente il vostro affetto prima che egli abbia emendato nella più totale obbedienza la sua precedente malefatta e dimostrato di esser deciso a rimanere un fedele suddito dei propri genitori. Se si educano i fanciulli sia dalla più tenera età con l’opportuna avvedutezza, si dovrà sicuramente ricorrere molto di rado a siffatti metodi violenti di correzione; sarà invece assai difficile mutare le cose qualora si prendano sotto la propria tutela fanciulli che siano già stati abituati ad avere una volontà propria. Talvolta ci si potranno risparmiare le percosse, in special modo se essi sono ambiziosi, anche per gravi mancanze, se per esempio li si fa camminare a piedi nudi, se li si costringe, affamati, a servire a tavola oppure se li si colpisce in qualche altro punto debole. (J. G. Krüger, Gedanken von derErziehung der Kinder, 1752, cit. in KR, 120 sg.)

Qui si parla ancora in modo esplicito, mentre nei libri di pedagogia più recenti le rivendicazioni di potere da parte degli educatori sono mascherate molto meglio. Nel frattempo si è messo a punto un raffinato strumentario di argomenti per attestare la necessità di picchiare il bambino per il suo bene. Nelle pagine che abbiamo letto, invece, si parla ancora apertamente di “sottrazione della sovranità”, di “fedeli sudditi” e così via, in questo modo è svelata anche la triste verità che purtroppo vige ancor oggi. I motivi addotti a giustificare le percosse sono infatti i medesimi: i genitori conducono con i propri figli la medesima lotta per il potere, che hanno perduto a suo tempo con i loro stessi genitori. Vivono per la prima volta, vedendolo nei propri figli, lo stato di vulnerabilità dei primi anni di vita, di cui non sono in grado di ricordarsi (vedi Sulzer), e soltanto con loro, con i più deboli, si difendono spesso in modo molto pesante. A tale scopo servono innumerevoli razionalizzazioni che si sono mantenute fino ad oggi. Sebbene i genitori maltrattino i figli sempre per motivi psicologici, ossia a causa del proprio stato di disagio interiore, nella nostra società vale come un fatto chiaro e assodato che questo trattamento è un bene peri bambini. E non da ultimo, lo zelo con cui si difende questa argomentazione ne tradisce la dubbia natura. Tali argomentazioni, per quanto contraddicano ogni esperienza psicologica, sono tuttavia tramandate di generazione in generazione.

Questo atteggiamento deve avere dunque radici emotive assai profonde in ogni essere umano. Nessuno, senza esporsi al ridicolo, potrebbe di certo sostenere a lungo andare “verità” che contraddicono le leggi di natura (per esempio, che sia sano per i bimbi andare in giro d’inverno in accappatoio, e d’estate in pelliccia). Invece è del tutto usuale parlare della necessità di picchiare i bambini, di umiliarli e di tenerli sotto tutela, e oltretutto impiegando vocaboli raffinati come “castigo”, “educazione” e “guida sulla via del bene”. Nei seguenti brani tratti dal volume Schwarze Pädagogik si può osservare quale tornaconto per i propri bisogni più segreti e inconfessati tragga l’educatore da tale ideologia. Ciò spiega anche le forti resistenze che impediscono di recepire e di assimilare le incontestabili conoscenze in campo psicologico che si sono acquisite negli ultimi decenni.

Esistono molti buoni libri che riferiscono sulla perniciosità e crudeltà dell’educazione (per esempio quelli di von Braunmühl, De Mause, Rutschky, Schatzman, Zimmer). Come mai queste conoscenze riescono a introdurre così pochi mutamenti nell’opinione pubblica? In precedenza mi sono occupata di numerosi motivi individuali di queste difficoltà, ma ritengo che nel modo di trattare i bambini vada trovata anche una regola psicologica universalmente valida che vale la pena di scoprire: l’esercizio di potere da parte dell’adulto sul bambino, un esercizio che più di ogni altro può rimanere celato e impunito. Se consideriamo la cosa da un punto di vista superficiale, il mettere in luce questo meccanismo quasi ubiquitario va contro l’interesse di noi tutti (chi infatti può rinunciare a cuor leggero alla possibilità di scaricare affetti accumulati e alle razionalizzazioni che servono a tenersi la coscienza tranquilla?) Ma è urgentemente necessario, nell’interesse delle generazioni future. Giacché, quanto più facile sarà, grazie al progresso tecnologico, uccidere premendo un bottone migliaia di uomini, tanto più importante è lasciar pervenire alla pubblica coscienza tutta la verità sul come possa insorgere il desiderio di spegnere la vita di milioni di individui. Le percosse sono solo una forma di maltrattamento dei bambini e sono sempre mortificanti perché il bambino non se ne può difendere ma deve tributare, in cambio, gratitudine e rispetto ai suoi genitori. Accanto però alle punizioni corporali, esiste tutta una gamma di sofisticati provvedimenti che si prendono “per il bene del bambino”, che sono difficilmente comprensibili da quest’ultimo e che proprio per tale motivo hanno spesso conseguenze devastanti sulla sua vita futura. Quali sentimenti si agitano in noi se per esempio cerchiamo, in quanto adulti, di immedesimarci nel bambino che viene educato nel modo seguente da Peter Villaume? Ecco le sue parole:

Quando il bambino viene colto sui fatto, non è difficile estorcergli la confessione. Sarebbe molto facile dirgli: Il Tale e il Talaltro hanno visto che tu hai fatto questo e quello. Ma io preferirei prendere una via più lunga: e di queste vie c’è una certa scelta.
Si interroghi il bambino sul suo stato di salute malferma e si abbia da lui medesimo la confessione che egli soffre di questo o quel dolore o disturbo che gli si descrive. Ora io proseguo:
“Vedi, fanciullo mio, che io conosco i mali di cui soffri adesso; te li ho elencati. Vedi dunque che conosco in che stato ti trovi. Ma so ben di più: so che tu in futuro soffrirai ancora altre pene e te le voglio descrivere; stammi a sentire. La tua faccia si farà ancora più avvizzita, la tua pelle si scurirà, le mani si metteranno a tremare, il tuo viso sarà invaso da una quantità di minuscole piaghe, gli occhi diverranno foschi, la memoria debole, l’intelletto ottuso. Perderai ogni allegrezza, il sonno, l’appetito e così via.”
Sarà difficile trovare un bambino che non si spaventi a un simile discorso. E poi aggiungerei:
“Ora ti voglio dire ancora di più; sta’ ben attento! Sai da dove vengono tutti i tuoi malanni? Tu non lo puoi sapere, ma io sì. Te li sei ben meritati! Ti dirò io che cosa combini di nascosto. Vedi ecc.”
Il fanciullo che non scoppiasse a piangere confessando tutto dovrebbe essere proprio un peccatore incallito.
Un’altra via per giungere alla verità è la seguente. Traggo questo passo dalle Conversazioni pedagogiche:
Mandai a chiamare Enrico. “Ascolta, Enrico! Il tuo attacco mi ha dato molto da pensare. (E. aveva avuto alcuni attacchi di mal caduco.) Ho riflettuto molto su quale possa essere la causa, ma non riesco a trovarla. Pensaci bene: non sai nulla?!”
E.: No, non so nulla. (Non poteva certo saperlo, visto che un bambino in questi casi non sa quel che si fa. Questo discorsetto dovrebbe essere un semplice preambolo per quello che segue.)
Io:
Eppure è strano! Ti sei forse accaldato e poi hai bevuto troppo presto?
E.:
No. Lei sa bene che da tempo non sono uscito, tranne quando Lei mi prese con sé.
Io: Non riesco a comprendere. Però conosco anche la storia di un ragazzo di circa dodici anni (l’età di Enrico) che è molto triste, e va a finire con la morte del ragazzo. (L’educatore descrive qui lo stesso Enrico, impiegando un altro nome, e gli incute un terribile spavento.)
Io:
Anche lui, come te, era preso da improvvisi e inaspettati rapimenti e diceva di aver la sensazione che qualcuno gli facesse con forza il solletico.
E.: Oh Dio! Non morirò pure io? Anche a me succede la stessa cosa.
Io:
E a volte gli pareva che quel solletico gli togliesse il respiro.
E.:
Anche a me. Non ha veduto? (Da questa risposta si può notare che il povero fanciullo in realtà non sapesse qual fosse la cagione dei suoi malanni.)
Io:
Poi egli cominciava a ridere di gusto.
E.:
No, a me viene paura, non so di che cosa. (Questo riso è solo una trovata dell’educatore; forse per dissimulare il proprio intento. A mio giudizio, egli avrebbe fatto meglio ad attenersi alla verità.)
Io:
Tutto questo continuò per un pezzo, sinché egli fu colto da un riso così forte, violento e persistente, che soffocò e morì.
(Raccontai queste cose con la massima indifferenza, facendo finta di non notare neppure le sue risposte e cercando di atteggiare l’espressione del volto e i gesti in modo tale che il tutto assunse l’aspetto di una conversazione amichevole.)
E.:
E morto dal ridere? E possibile forse morire per il gran ridere?
Io:
Sicuro; non hai sentito? Non ti è mal capitato di ridere molto forte? Ci si sente stringere il petto e vengono le lacrime agli occhi.
E.:
Sì, l’ho provato anch’io.
Io:
Bene; adesso immaginati un po’ se l’avresti potuto sopportare se fosse durato molto a lungo. Hai potuto smettere perché l’oggetto o la cosa che ti moveva al riso cessò di aver effetto su di te, o perché non ti parve più così ridicolo. Nel caso invece di quel povero fanciullo, a farlo ridere non era una cosa esterna; la causa era il solletico dei suoi nervi, che egli non poteva far smettere a suo volere; e come esso continuava, così continuava anche il suo riso, che alla fine lo portò a morire.
E.:
Misero fanciullo! Come si chiamava?
Io:
Si chiamava Enrico.
E.:
Enrico! (mi fissò allibito.)
Io:
(Con aria indifferente) Sì, era figlio di un commerciante di Lipsia.
E.:
Ah! Ma quale fu la causa di tutto ciò? (Ecco la domanda che aspettavo. Fino ad ora ero andato avanti e indietro per la stanza; a questo punto mi fermai e lo guardai dritto in volto, per notare bene la sua espressione.)
Io:
E tu che ne pensi?
E.:
Non so.
Io:
Te lo dirò io qual era la causa. (Pronunciai le frasi seguenti con tono solenne ed energico.) Il fanciullo aveva veduto qualcuno che si danneggiava i più fini nervi del corpo, compiendo strani gesti e, senza sapere che si faceva del male, lo imitò. Tanto gli piacque che finì per mettere in moto, in maniera inconsueta, i nervi del suo corpo, s’indebolì di conseguenza, e fu lui stesso cagione della propria morte. (Enrico era arrossito fino alla radice dei capelli e si trovava in uno stato di palese imbarazzo.) … Non ti senti bene, Enrico?
E.:
Oh, non è nulla.
Io:
Sta forse per venirti un altro dei tuoi attacchi?
E.:
Ah, no! Mi permetta di andarmene, signore.
Io:
Per quale motivo, Enrico? Non ti piace forse stare qui?
E.: Sì, ma...
Io: Ebbene?
E.: Oh, nulla.
Io: Ascoltami bene, Enrico, io sono tuo amico, non è vero? Cerca di essere sincero. Perché sei diventato rosso e così inquieto al sentire la storia del misero fanciullo che si abbreviò la vita in modo così infelice?
E.: Rosso? Oh, non saprei, signore. Mi è dispiaciuto per lui.
Io: E tutto qui? … No, caro Enrico, ci dev'essere un altro motivo; il tuo viso lo rivela. Ti fai più inquieto? Sii sincero, Enrico; con la sincerità ti rendi gradito a Dio, al nostro caro padre, e a tutti gli uomini.
E.: Dio mio!... (Scoppiò in lacrime dirotte, e faceva talmente compassione che anche a me vennero le lacrime agli occhi...; lui se ne accorse, mi afferrò la mano e la baciò con trasporto.)
Io: Dimmi, Enrico, perché piangi?
E.: Dio mio!
Io: Devo risparmiarti la confessione? Tu hai forse compiuto i medesimi atti di quel giovane infelice?
E.: Dio mio, sì!
Quest'ultimo metodo sarebbe forse preferibile al precedente qualora si abbia a che fare con fanciulli di carattere dolce e remissivo. L'altro metodo è invece un poco più aspro, dato che attacca il fanciullo in modo diretto. (P. Villaume, 1787, cit. in KR, 19sgg.)

Nel bambino che si trovi in questa situazione non possono presentarsi sentimenti di sdegno e di collera per tale ipocrita manipolazione dato che egli non se ne rende neppure conto. Egli può provare esclusivamente sentimenti di paura, vergogna e smarrimento, che è possibile vengano anche dimenticati in fretta, e cioè non appena il ragazzo trovi una propria vittima. Villaume, come altri educatori, è ben attento a non scoprire le sue carte:

Si deve dunque tener d'occhio il fanciullo, ma in maniera tale che egli non si accorga di nulla; altrimenti tenderà a nascondersi, diverrà diffidente, e non si riuscirà più a venirne a capo. Dato che la vergogna di un tale comportamento induce sempre e comunque alla segretezza, la faccenda è di per sé piuttosto spinosa.
Se si segue di soppiatto un fanciullo (ma sempre senza farsene accorgere) dappertutto e in special modo nei luoghi riposti, potrà capitare di coglierlo sul fatto. Si mandino i bambini a letto più presto del solito e, mentre sono immersi nel primo sonno, si sollevino loro con molta delicatezza le coperte per vedere dove tengano le mani, o se si può notare qualche cosa di particolare. La stessa cosa si farà la mattina, prima che si sveglino.
I bambini, soprattutto quando abbiano una vaga sensazione o sospetto che il loro contegno segreto sia immorale, si ritraggono e si nascondono dagli adulti.
Per tale motivo raccomanderei di affidare la faccenda all’osservazione di qualche compagno, e per quanto riguarda il sesso femminile, a una giovane amica o a una fedele servetta. Si comprende da sé che tali osservatori debbano già essere a conoscenza del segreto o debbano essere di età e di condizione tale che la conoscenza della cosa non sia loro nociva. Tali persone quindi potrebbero tenerli sotto sorveglianza dietro l’apparenza dell’amicizia (e sarebbe veramente un grosso servizio d’amicizia). Vorrei consigliare però, se si vuoI essere ben certi dei risultati e se fosse peraltro necessario ai tini dell’osservazione, che le persone incaricate della sorveglianza dormano nello stesso letto con i fanciulli. A letto infatti è facile metter da parte ogni vergogna e diffidenza. Perlomeno non passerà molto tempo che i piccoli si tradiranno da sé con le parole e con i fasti. (Ibid., pp. 316 sg.)

L’impiego consapevole dell’umiliazione che soddisfa i bisogni degli educatori distrugge l’autoconsapevolezza del bambino, lo rende insicuro e inibito, e tuttavia viene elogiata come un buon servizio che gli si rende.

Non c’è bisogno di ricordare anzitutto che sono non di rado gli stessi educatori a far nascere nel ragazzo la presunzione e a darle esca col dar risalto irragionevolmente ai suoi pregi, poiché essi stessi sono spesso soltanto dei bambini più cresciuti e ricolmi della medesima presunzione (...) Orbene, è quindi importante tornare ad eliminare tale sentimento. Non v’è dubbio che si tratti di una malformazione, che se non viene combattuta per tempo si rafforza e con il concorso di altre forme di egoismo può diventare seriamente pericolosa per la vita morale, senza contare che una presunzione dilatatasi a superbia non può non essere fastidiosa o ridicola per gli altri. Anche l’efficacia dell’educazione, inoltre, viene in varie maniere ridotta da quel difetto; le buone qualità che il fanciullo apprende e verso cui viene orientato, il presuntuoso crede di possederle già, o ritiene perlomeno che siano facilmente raggiungibili; le ammonizioni vengono prese come un’eccessiva pedanteria, e le parole di biasimo come indice di burbera severità, in questi casi possono servire soltanto le umiliazioni. Ma di che tenore devono essere? Anzitutto occorre essere parchi di parole. Non è in genere con i discorsi che si fonda e si incrementa la morale, o che si eliminano e si stornano gli atteggiamenti immorali; essi possono tutta! più avere efficacia se accompagnano un’operazione educativa che incide nel profondo. Men che meno servono alla bisogna ramanzine dirette e circostanziate e lunghe prediche, satire salari e aspre derisioni: le prime suscitano noia e rendono insensibili, le seconde amareggiano e deprimono. L’insegnamento più efficace è pur sempre quello della vita. Si ponga quindi il presuntuoso in situazioni in cui, senza che l’educatore debba sprecare una sola parola, egli divenga consapevole delle sue manchevolezze: alla sua impudente fierezza delle proprie conoscenze si dia del filo da torcere presentandogli dei compiti non ancora adatti alle sue forze; lo si lasci stare perciò quando cerca di volare troppo alto, ma non si tolleri che egli dimostri, in tali tentativi, qualsivoglia mediocrità o superficialità. All’allievo che si fa bello della sua diligenza si faccia presente, con la dovuta serietà, ma in poche parole, la sua negligenza nelle ore in cui trascura i suoi compiti e gli si facciano notare le parole mancanti o malscritte nel componimento. Nel far questo occorre soltanto evitare che l’allievo avverta una particolare intenzionalità da parte vostra. Non meno efficace si rivelerà questo accorgimento: l’educatore conduca i! suo discepolo, con una cena frequenza, a contatto con persone nobili e grandi; al giovane di talento si propongano — traendoli dalla cerchia delle persone che vivono intorno a lui o dalla storia — esempi di uomini caratterizzati da un talento di gran lunga più brillante del suo, i quali, mettendolo a frutto, abbiano realizzato opere ammirevoli. Oppure gli si presentino esempi di persone che, senza esser fornite di doti spirituali particolarmente rilevanti, ma valendosi di una disciplina intensa e ferrea, si sono elevate molto al di sopra di chi ha dissipato con leggerezza il proprio talento. Naturalmente non si dovrà neppure in questo caso compiere un espresso riferimento al giovane, che attuerà tale confronto tacitamente da sé medesimo. Infine, per quanto riguarda i beni puramente esteriori, sarà opportuno rammentarne l’incertezza e la caducità mediante occasionali accenni a eventi appropriati; lo spettacolo della salma di un giovine, la notizia del fallimento di un’affermata ditta commerciale fa abbassare le arie più di ripetuti ammonimenti e rimbrotti. (K. G. Hergang, a cura di, Pädagogiscbe Realenzyklopädie, 2ª ed. 1851, cit. in KR, 412 sg.)

La maschera della gentilezza aiuta a nascondere ancor meglio la crudeltà del trattamento.

Domandai a un maestro come fosse possibile che i bambini g!i obbedissero senza ricever busse. Lui mi rispose: Cerco di persuadere i miei allievi, con ogni mio comportamento, che nei loro confronti sono animato da buone intenzioni e mostro loro, con l’aiuto di esempi e di parabole, che a non obbedirmi fanno semplicemente il loro danno. Inoltre faccio diventare un premio il fatto di preferire agli altri, nelle ore di scuola, l’allievo più servizievole, obbediente e diligente; a lui rivolgo di preferenza le mie domande, gli concedo di leggere ad alta voce il suo componimento dinanzi ai compagni e lo faccio scrivere alla lavagna. Il tal modo induco nei bambini l’impegno a segnalarsi, ad essere il preferito. Se poi succede che un ragazzo abbia meritato una punizione, lo faccio sedere in fondo all’aula, non lo interrogo, non lo lascio leggere ad alta voce; in breve, mi comporto come se non esistesse. Questo trattamento è in genere talmente doloroso per i bambini da far versare calde lacrime a coloro che sono puniti; e se talvolta si trova qualcheduno che tramite metodi dolci non si è voluto lasciar educare, allora devo proprio batterlo; ma all’esecuzione del castigo io premetto una lunga preparazione che renda il ragazzo più ricettivo di quanto non ottengano le percosse medesime. Non lo picchio nel momento in cui hg meritato il castigo, ma rimando fino al dì seguente o al terzo di. Da ciò traggo due tipi di vantaggi: in primo luogo mi sbolliscono nel frattempo le ire e ic trovo la tranquillità di riflettere a mio agio su come possa affrontare la questione con accortezza; secondariamente il piccolo delinquente patisce almeno dieci volte il suo castigo, non solo sentendoselo sulle spalle, ma anche ritornandoci continuamente con il pensiero.
Il giorno previsto per la punizione, subito dopo la preghiera del mattino, tengo a tutti i bambini un mesto discorso in cui annuncio loro che quella giornata sarà per me molto triste, essendo io, per la disobbedienza di uno dei miei cari scolari, costretto a batterlo. A questo punto scorrono fiumi di lacrime, e non soltanto da parte di colui che dev’essere castigato, ma anche dei suoi compagni. Al termine & tale discorsetto faccio sedere i bambini e inizio la mia lezione. Solo quando la scuola è terminata faccio venire il piccolo colpevole, gli annuncio il suo verdetto e gli domando se conosce il motivo per cui se lo è meritato. Dopo che costui ha fornito conveniente risposta, gli somministro alla presenza di tutta la scolaresca i colpi che gli spettano, poi mi volto verso la classe e dico che mi auguro di cuore che questa sia l’ultima volta in cui io mi trovi nella necessità di picchiare un bambino. (C. G. Salzmann, 1796, cit. in KB. 392 sg.)

L’istinto di sopravvivenza farà poi rimanere nel ricordo del bambino soltanto la gentilezza dell’adulto, insieme all’inevitabile sottomissione del “piccolo delinquente” e alla perdita della capacità di vivere con spontaneità i propri sentimenti.

Beati quei genitori che hanno potuto allevare i loro figli con tanta prudenza che il loro consiglio ha il medesimo effetto di un comando e da non dover ricorrere ai castighi che assai di rado, e che anche in questo caso non hanno bisogno di ricorrere a pene molto severe, ma possono emendarli col privarli di qualche cosa gradita, col tenerli lontani dai loro compagni o col raccontare i loro falli alle persone delle quali i fanciulli ambiscono il plauso! Così felici sono pochi genitori: i più devono ricorrere ai più severi castighi. Ma se voi volete dai fanciulli una verace ubbidienza, bisogna che essi vedano nel castigarli sia l’atteggiamento vostro che le parole atteggiate a severità, mai però la crudeltà o l’inimicizia.
Bisogna essere chiusi e seri; si annunci la punizione, la si esegua e non si dica poi più nulla finché passato un ceno tempo il piccolo colpevole castigato diviene nuovamente capace d’intendere nuovi consigli e comandi. (...)
Se poi finita la flagellazione il dolore dovesse continuare ancora per un certo tempo, sarebbe assurdo voler subito proibire quel piangere e sospirare. Ma se coi pianti insistenti i castigati mostrano di volersi vendicare, si provi prima a distrarli comandandogli qualche piccola occupazione o azione. Se neppur questo conta, si proibisce il pianto e si punisce la trasgressione finché il pianto viene a cessare. (J.B. Basedow, Metodica, 3~ ed. 1773 [trad. it. Milano 1915], pp. 129 sg., cit. in KR, 391 sg.)

Anche il pianto, quale reazione naturale al dolore, dev’essere soffocato con una nuova punizione. Per ottenere la repressione dei sentimenti esistono le tecniche più svariate:

E ora passiamo a considerare gli esercizi perla completa repressione degli affetti. Chi conosce quale persistenza abbia un’abitudine inveterata, sa bene quanto autocontrollo e fermezza si richiedano per contrastarla. Anche gli affetti però possono essere considerati come abitudini inveterate. Quanto più fermo e paziente è un temperamento, tanto più abile esso sarà in determinati casi a superare un’inclinazione o una cattiva abitudine. A tale scopo serviranno in generale tutti gli esercizi attraverso i quali i bambini imparano a superarsi, che li rendono pazienti e costanti, nel reprimere le loro inclinazioni. Di conseguenza, tutti gli esercizi di questo tipo meritano particolare attenzione nell’educazione e vanno considerati come una delle cose più importanti, anche se vengono trascurati quasi ovunque.
Di esercizi siffatti ve n’è gran copia e li si può organizzare in maniera tale che i bambini vi si sottopongano di buon grado, se solo si conosce il modo conveniente di parlare con loro e si aspetta il momento in cui essi siano ben disposti. Un esercizio di tal genere è per esempio quello di mantenere il silenzio. Si domanda a un bambino: Saresti capace di rimanertene in silenzio per qualche ora, senza dire neppure una parola? Gli si metta voglia di provare la cosa, di vedere se riesce a superare la prova. E dopo non si manchi di dimostrargli che è un vantaggio sapersi superare a quel modo. Nel ripetere l’esercizio, lo si renda vieppiù difficoltoso, in parte accrescendo la durata del silenzio e in parte dando al bambino occasione di parlare, oppure facendogli mancare qualche cosa. Proseguite l’esercizio sinché vediate che il bambino ha raggiunto una certa abilità nell’eseguirlo. Poi provate a confidargli dei segreti e cercate di vedere se riesce a tacere anche in questo caso. Se è arrivato al punto di frenare la lingua, sarà capace anche di riuscire in altri campi, e l’onore che ottiene in tal modo lo incoraggia a superare anche altre prove. Tra queste ultime c’è quella di tenersi lontani da certe cose che ci piacciono. Dato che i bambini amano in particolar modo i piaceri dei sensi, occorrerà talvolta provare se riescono a superarsi a tale riguardo. Si diano loro frutti succulenti e, se ne vogliono approfittare, li si metta alla prova: Potresti controllarti e aspettare sino a domani a mangiare quei frutti? Saresti capace di regalarli ad altri? Procedete come vi ho indicato poc’anzi riguardo al silenzio. I bambini amano il movimento; non amano star fermi. Fateli esercitare anche in questo, affinché imparino a superarsi. Mettete alla prova anche il loro corpo, entro i limiti consentiti dalla salute; fate loro patire fame e sete, calore e gelo; ordinate di eseguire lavori pesanti; fate però in modo che ciò si verifichi con il lieto consenso dei bambini, dato che non li si deve affatto forzare a compiere tali esercizi, i quali altrimenti non recherebbero frutto alcuno. Vi garantisco che mediante tali esercizi i bambini acquisteranno un animo valoroso, tenace e paziente, e che in seguito diverranno sempre più capaci di reprimere le cattive inclinazioni. Poniamo il caso di un bambino che tenga discorsi a vanvera, così da parlare senza fondamento alcuno Tale abitudine potrebbe essere eliminata mediante il seguente esercizio. Dopo aver esposto al bambino per filo e per segno il suo mal costume gli direte:
Ed ora proviamo un poco a vedere se tu potrai smettere di parlare a vanvera. Osserverò oggi quante volte parlerai senza riflettere. Dopodiché si presterà molta attenzione ad ogni suo discorso, e quando egli parlerà a vanvera gli si mostrerà chiaramente che ha sbagliato, e si osserverà quanto spesso questo fatto si verifichi in una sola giornata. Il di seguente gli si dirà: Ieri hai parlato a vanvera tali e tante volte; ora vediamo quante volte sbaglierai oggi. In questo modo si possono fare dei progressi. Se nel bambino c’è ancora un qualche senso dell’onore e buone inclinazioni, in tale maniera egli non mancherà a poco a poco di abbandonare il suo errore.
Accanto a questi esercizi generali occorre anche intraprenderne altri più specifici, rivolti direttamente a tenere a freno gli affetti, esercizi che tuttavia non devono essere avviati sino a che non si è fatto impiego delle idee sopra ricordate. Valga per tutti i restanti casi un unico esempio, visto che devo un po’ raccogliere le vele per non andar troppo per le lunghe. Supponiamo di avere un bambino vendicativo e di avere già ottenuto con le nostre ramanzine che esso sia disposto a reprimere questa passione e supponiamo che ci abbia anche promesso di farlo; in tal caso lo si mette alla prova nel modo seguente: ditegli che volete saggiare la sua fermezza di propositi nel superare questa passione, esortatelo a stare all’erta e a badare bene a resistere ai primi attacchi del nemico. Poi si invita segretamente qualcuno a recargli offesa, quando meno egli se lo aspetti, per vedere come si comporterà. Se riesce a superarsi, si dovranno lodare i suoi profitti e fargli percepire quanto più è possibile il piacere che nasce dall’autocontrollo. Poscia, dovrà ripetere ancora una volta il medesimo cimento. Se non riesce a superarlo, lo si dovrà punire amorevolmente e ammonire di contenersi meglio un’altra volta. Tuttavia non bisogna essere severi nei suoi confronti. Dove ci siano parecchi bambini, si deve presentare agli altri come modello colui che abbia ben superato una prova.
Occorre però aiutare il più possibile i fanciulli nell’eseguire tali cimenti. Bisogna dir loro come debbano badare a sé stessi. Si deve anche suscitare in loro il massimo desiderio di affrontare la cosa, affinché non vengano spaventati dalle difficoltà. Va infatti notato che in prove siffatte si richiede necessariamente una volonterosa collaborazione da parte dei bambini, altrimenti è impossibile trarne frutto. Questo sia detto a proposito degli esercizi. (J. Sulzer, 2ª ed. 1748, cit. in KR, 362 sgg.)

L’effetto di questa lotta contro gli affetti sarà dunque tanto più funesto se essa verrà già iniziata con il lattante, ossia prima che il bambino abbia potuto sviluppare il proprio Sé.

Un’altra regola assai importante per le sue conseguenze è la seguente: persino i desideri legittimi del bambino dovrebbero essere esauditi solo se espressi in una forma amichevole, innocua, o perlomeno tranquilla, mai se espressi con grida irrefrenabili e gesti scomposti. Prima di tutto occorre che il bambino sia tornato ad assumere un contegno tranquillo persino se, per esempio, la causa ne fosse il suo fondato e tempestivo bisogno di essere regolarmente nutrito..., e soltanto dopo, lasciando una piccola pausa, si proceda a esaudire la richiesta. Anche la pausa è necessaria, perché bisogna tener lontana dal bambino la sia pur remota idea che, gridando o comportandosi in modo indisciplinato, egli potrebbe ottenere qualcosa dal suo ambiente. Al contrario, egli impara molto presto che può raggiungere il suo scopo solo con il comportamento opposto, grazie a un autocontrollo (per quanto ancora inconscio). E incredibile quanto poco tempo si richieda perché si formi una salda e buona abitudine (così come, in caso contrario, si consolida ugualmente in fretta l’abitudine opposta). Con ciò si è fatto un guadagno enorme, poiché questa buona impostazione avrà molteplici ripercussioni di amplissima portata per il futuro. Anche in questo caso è però evidente che questi princìpi, e tutti i princìpi consimili, non possano essere applicati se, come di solito accade, i bambini di questa età sono lasciati quasi esclusivamente in mano dei domestici, i quali di rado hanno sufficiente comprensione, perlomeno nei confronti di tali idee.
Grazie a quest’ultimo addestramento il bambino ha già raggiunto un notevole vantaggio nell’arte dell’attendere ed è preparato per un’altra arte ancor più importante per il suo futuro, che è l’arte dell’abnegazione. Da quanto detto finora risulterà ovvio che ad ogni desiderio proibito - che sia o non sia svantaggioso per il bambino - si deve opporre con la più assoluta coerenza un rifiuto incondizionato. Tuttavia il rifiuto non è di per sé sufficiente, ma allo stesso tempo occorrerà badare a che il bambino lo accolga placidamente, e trasformare questa tranquilla accettazione in salda abitudine usando, se necessario, parole severe, minacce eccetera. Non fate mai eccezioni di sorta! Anche questo addestramento avviene in maniera più facile e rapida di quanto generalmente si creda. E chiaro che ogni eccezione vanifica la regola e fa sì che si impieghi più tempo ad acquisire l’abitudine. Si badi invece ad esaudire con amorevole sollecitudine qualsiasi desiderio lecito espresso dal bambino.
Questo è l’unico modo per facilitare nel bambino il conseguimento della salutare e indispensabile abitudine alla subordinazione e al controllo della volontà, a distinguere da solo le cose lecite da quelle illecite, senza tuttavia procedere a eliminare - fatto, questo, troppo penoso - qualsiasi occasione destinata a suscitare desideri illeciti. Occorre mettere per tempo le basi della forza d’animo necessaria a questo scopo, la quale può venir consolidata, come qualsiasi altra forza, unicamente attraverso l’esercizio. Se si vorrà incominciare soltanto più tardi, sarà incomparabilmente più difficile ottenere un buon risultato, e l’animo dei bambini non preparato a questa prova ne riceverà un’impressione di amarezza.
Un ottimo esercizio nell’arte dell’abnegazione, pienamente idoneo a questa età, è quello di dare sovente al bambino occasione di imparare a osservare altre persone del suo ambiente più prossimo, intente a mangiare e bere, senza tuttavia desiderare di fare anche lui la medesima cosa. (D. G. M. Schreber, 1858, cit. in KR, 354sg.)

Il bambino deve dunque imparare sin dal principio a “rinunziare a sé stesso”, a eliminare da sé tutti gli aspetti che non siano “graditi a Dio”.

Il vero amore scaturisce dal cuore di Dio, fonte e modello primo di ogni paternità (Efesini 3, 15); è rivelato e prefigurato nell’amore del Redentore e viene generato, alimentato e mantenuto nell’uomo dallo spirito di Cristo. Anche l’amore naturale che i genitori nutrono verso i loro figliuoli viene purificato e santificato, si trasfigura e rafforza, mediante l’amore che proviene dal Cielo. Tale amore santificato si pone quale meta primaria - che resta celata al bambino - la crescita dell’uomo interiore, la sua vita spirituale, la liberazione dal potere della carne, l’elevazione al di sopra delle esigenze della pura e semplice vita naturale dei sensi, l’indipendenza interiore dal mondo che gli scorre intorno. Esso perciò, sin dai primi momenti, è inteso a far sì che il bambino impari a rinunziare a sé stesso, a superarsi e a controllarsi, a non seguire ciecamente gli impulsi della carne e della sensualità, bensì la superiore volontà e i moti dello spirito. Tale amore santificato può perciò essere ugualmente severo e mite, sia negare che accordare ogni cosa a suo tempo; sa anche come far del bene causando dolore, può imporre gravi rinunzie, come il medico che ordina financo amari medicinali, come il chirurgo che ben conosce il dolore procurato dalla lama del suo coltello, e che nondimeno incide, perché è in gioco la salvezza di una vita. “Tu lo batterai con la verga; ma salverai la sua anima dall’inferno.” In questa sentenza Salomone ci dice come il vero amore sia capace di durezze. Non è la rigida severità stoica o legalistica, che si compiace di sé stessa e preferisce arrivare al sacrificio del discepolo piuttosto che derogare anche una sola volta dai suoi principi; no, pur nel suo rigore, esso lascia sempre trasparire come raggi di sole tra le nubi la sua sincera buona intenzione nella gentilezza, nella compassione e nella pazienza ricca di speranze. Pur nella sua fermezza è tuttavia flessibile e sa sempre quel che fa e perché lo fa. (K. A. Schmid, a cura di, Enzyklopädie des gesamten Erziehungs- und Unterrichtswesens, 2ª ed. 1887; cit. in 1CR, 25 sg.)

Siccome si è convinti di sapere con precisione quali sentimenti siano buoni e giovevoli per il bambino (o meglio, per gli adulti), si combatte anche l’impetuosità e l’irruenza, l’autentica fonte di energia.

Tra i fenomeni psichici che si situano al confine della normalità rientra l’irruenza dei bambini, un comportamento che si può presentare sotto molteplici vesti, ma che solitamente inizia con un’attività eccezionalmente agitata dei muscoli volontari, accompagnata da un maggiore o minore grado di fenomeni concomitanti, non appena un loro vivo desiderio non venga immediatamente soddisfatto. Ai bambini che hanno appena imparato a dire qualche parola e la cui unica abilità consiste nell’afferrare gli oggetti che essi trovano a portata di mano, se hanno tendenza a una natura impetuosa, basterà che non riescano a prendere un dato oggetto o che non sia loro permesso di tenerlo per esplodere in urla selvagge e scatenarsi in movimenti inconsulti. In modo del tutto naturale nasce in loro la cattiveria, quell’aspetto del carattere il quale fa sì che il sentimento umano non sia più soggetto alle leggi generali del piacere e del dolore, bensì sia talmente degenerato rispetto alla sua disposizione naturale che non solo ha perduto ogni capacità di provar compassione, ma trova gusto nel dispiacere e nel dolore degli altri. Il vieppiù crescente malcontento del bambino per la perdita del piacere che gli sarebbe stato procurato. dall’esaudimento dei suoi desideri trova soddisfazione soltanto nella vendetta, vale a dire nella confortante sènsazione di sapere i propri simili in preda al medesimo sentimento di dispiacere o di dolore. Quanto più spesso il bambino proverà il beneficio di questo senso di vendetta, tanto più esso si farà valere come un bisogno che cerca soddisfacimento in ogni momento di ozio. In questo stadio il bambino riesce ad arrecare con la sua irruenza ogni possibile molestia al prossimo, ogni pensabile tormento, solo per suscitare un sentimento atto a lenire il dolore dovuto ai desideri che rimangono inesauditi. Da questo errore consegue per naturale necessità quello successivo, e cioè il fatto che il timore di essere punito fa nascere il bisogno di dir bugie, di essere scaltro e di ingannare, la necessità di usare stratagemmi; al bambino basterà semplicemente esercitarsi un poco per divenire abilissimo in quell’arte. L’irrefrenabile desiderio di fare del male si forma a poco a poco allo stesso modo della tendenza al furto: la cleptomania. Quale conseguenza collaterale, ma non per questo meno rilevante dell’errore originale, si sviluppa anche l’ostinazione.
(...) E molto raro che le madri, a cui è comunemente affidata l’educazione dei bambini, sappiano trovare un rimedio efficace all’irruenza dei loro figli.
(...) Come nel caso delle malattie difficili da curare, anche per l’errore psichico dell’irruenza occorre rivolgere la massima cura alla profilassi, alla prevenzione del male. L’educazione riuscirà a raggiungere tale scopo, se terrà fede al principio irremovibile di tenere il bambino lontano il più possibile da ogni influenza che possa suscitare in lui qualsivoglia sentimento, sia piacevole che doloroso. (S. Landmann, Über den Kinderfehler der Heftigkeit, 1896, cit. in KR, 364 sgg.)

È significativo che qui si scambi la causa con l’effetto e che si combatta come causa qualcosa che si è invece provocato. Un atteggiamento analogo non si riscontra solamente nella pedagogia, ma anche nel campo della psichiatria e della criminologia. Se dunque la “cattiveria” è prodotta dal soffocamento degli elementi più vitali, ogni mezzo è buono per andarla a scovare nella vittima di turno.

In special modo nella scuola la disciplina deve venir prima di qualsiasi insegnamento. Non v’è principio pedagogico più certo di quello secondo cui i bambini, prima ancora che istruiti, devono venir educati. Può ben esserci una disciplina senza istruzione, come si è visto in precedenza, ma non v’è istruzione senza disciplina.
Noi insistiamo dunque su questo punto: l’apprendere non è in sé e per sé disciplina, non è ancora uno sforzo morale, ma è la disciplina ad essere una parte essenziale dell’apprendimento.
Ecco dunque i metodi per ottenere la disciplina. La disciplina, come si è detto sopra, è in primo luogo non parole, ma fatti, e quando si esprime in parole non è insegnamento, ma comando (...)
Da ciò però consegue che la disciplina, come afferma l’Antico Testamento, è essenzialmente castigo (musar). La volontà perversa, incapace di autocontrollarsi, a detrimento suo proprio e altrui, dev’essere stroncata. Disciplina è, per servirci della definizione di Schleiermacher, inibizione della vita, o perlomeno limitazione dell’attività vitale, in quanto essa non si dispieghi in modo volontario ma sia racchiusa in determinati confini e soggetta a determinate norme; anzi, in taluni casi è anche limitazione, ossia in parte soppressione del piacere e della gioia di vivere. Questo principio può valere anche nel campo delle gioie spirituali; il membro di una comunità ecclesiale potrà per esempio essere privato del massimo piacere possibile a questo mondo, ossia del piacere della Santa Comunione, temporaneamente e finché non abbia rinnovato la sua adesione alla religione. Per chiarire meglio il concetto di castigo si dovrà osservare che, nell’opera educativa, una sana disciplina non potrà mai fare a meno delle punizioni corporali. Alla base di ogni autentica disciplina sta l’impiego tempestivo ed energico, benché parsimonioso, della punizione fisica, poiché la prima cosa da stroncare è proprio il potere della carne (...)
Là dove l’autorità degli uomini non è più sufficiente a mantenere la disciplina subentra l’autorità divina capace con la sua violenza di piegare gli individui e i popoli sotto l’intollerabile giogo della loro malvagità. (Enzyklopädie cit. in KR, 381 sg.)

In questo brano si ammette apertamente l’ “inibizione della vita” predicata da Schleiermacher e la si elogia quale virtù. Si trascura però, come succede a molti moralisti, il fatto che sentimenti di autentica gentilezza non possono svilupparsi, se si toglie loro la base vitale dell’ “irruenza”. Gli specialisti di teologia morale e i pedagoghi devono escogitare nuovi metodi, o in caso di bisogno dar nuovamente di piglio alla verga, perché sul terreno inaridito dalla precoce disciplina l’amore per il prossimo trova difficoltà ad attecchire. Comunque, resta pur sempre la possibilità di amare il prossimo per dovere e obbedienza, ossia ancora una volta la menzogna.

Nel suo libro Dei Mann auf dei Kanzel (L’uomo sul pulpito, 1979) Ruth Rehmann, figlia lei stessa di un pastore protestante, descrive l’atmosfera in cui talvolta sono stati costretti a crescere i figli di pastori:

Si dice loro che i valori di cui essi dispongono, proprio per via della loro immaterialità, sono superiori a tutti gli altri valori esistenti. Da questo possesso di valori nascosti si originano la presunzione e l’amor proprio che in breve si mescolano direttamente all’umiltà loro richiesta. Quel possesso non potrà più strapparlo loro nessuno, neppure essi stessi potranno farlo. In tutto quel che essi intraprendono, hanno a che fare, oltre che con i genitori carnali, con l’onnipresente Super-padre, che essi non possono offendere senza scontarla immediatamente con rimorsi di coscienza. E meno doloroso assoggettarsi ad essere gentili! In queste famiglie non si dice mai “amare” (lieben), bensì “voler bene” (liebbaben) o “essere gentili” (lieb sein). Tramutando il verbo in un aggettivo retto da un ausiliare essi spuntano la freccia del dio pagano e la piegano sino a farla diventare anello nuziale e vincolo familiare. Imbrigliano la terribile fiamma dell’amore tra le pareti del focolare domestico. Chiunque si sia riscaldato a quel fuoco avrà sempre freddo, in qualunque altra parte del mondo (p. 40).

Dopo aver raccontato la storia del padre vista dalla sua prospettiva di figlia, Ruth Rehmann riassume i propri sentimenti nelle parole seguenti:

Ecco ciò che mi angustia nella sua storia: quel tipo particolare di solitudine che non pare affatto una vera e propria solitudine, visto che si è attomiati da persone affettuose; ma chi è solo non ha altra possibilità di accostarsi a loro se non mediante un movimento dall’alto al basso, tramite un chinarsi, come san Martino che dall’alto del suo cavallo si abbassa verso il povero. Lo si può chiamare con i nomi più disparati: far del bene, venire in soccorso, donare, consigliare, portar conforto, ammaestrare o addirittura mettersi al servizio; ma questo non cambia nulla al fatto che il “sopra” rimane “sopra” e il “sotto” continua a essere “sotto”, e che colui che è sopra non può lasciarsi beneficare, consigliare, confortare, ammaestrare, anche se ne avrebbe ancor tanto bisogno, dato che in quel sistema rigido non è possibile alcuna reciprocità; in tutto questo amore non v’è neppure un barlume di ciò che chiamiamo solidarietà. Non v’è miseria abbastanza grande capace di far scendere dall’alto del cavallo della propria umile presunzione.
Potrebbe essere il particolare tipo di solitudine in cui, nonostante minuziosi controlli quotidiani sulla parola e sui comandamenti di Dio, sarebbe possibile commettere una colpa senza avvedersene, perché il rendersi conto dell’esistenza di certi peccati presuppone una consapevolezza che si acquista osservando, ascoltando e cercando di capire, e non continuando semplicemente a dialogare con sé stessi. Per capire le necessità della sua gente, e agire di conseguenza, Camillo Torres ha dovuto studiare, oltre alla teologia, anche la sociologia. La Chiesa non l’ha veduto di buon occhio. I peccati legati al desiderio di conoscere le sono sempre pani più gravi di quelli che nascono dalla volontà di non sapere, e le sono sempre andati più a genio coloro che cercavano l’essenziale in una sfera invisibile, poco curandosi della realtà visibile, in quanto la ritenevano inessenziale (pp. 213 sg.).

Ogni desiderio di conoscenza dev’essere stroncato molto per tempo dal pedagogo, anche affinché il bambino non riesca a rendersi conto troppo presto di quel che gli vien fatto.

Fanciullo: Da dove vengono i bambini, caro signor precettore?
Precettore:
Crescono nel ventre della loro madre. Quando sono diventati talmente grandi da non stare più nella pancia, le madri devono sgravarsene, all’incirca come succede a noi quando, dopo aver mangiato abbondantemente, andiamo a liberarci al gabinetto. Ma questo le fa soffrire molto.
F.:
E dopo, il bambino è nato? P.:Sì.
F.:
Ma com’è che il bambino entra nella pancia della mamma?
P.:
Questo non si sa; si sa solamente che vi cresce.
F.:
Certo che è ben strano!
P.:
No che non lo è! Guarda! Vedi, laggiù, un intero bosco che è cresciuto in altezza su quel terreno. Nessuno se ne meraviglia, perché è giù risaputo che gli alberi crescono dalla terra. Allo stesso modo nessuna persona assennata si meraviglia che i bambini crescano nel seno della madre. Perché è sempre stato così da quando mondo è mondo.
F.:
E devono esserci delle levatrici, quando nasce il bambino?
P.:
Si; proprio perché le madri provano tanto dolore che non sono in grado di aiutarsi da sole. Ma dato che non tutte le donne sono così dure d’animo e così coraggiose da poter stare con la gente che deve patire tanti dolori, in ogni luogo esistono delle donne che dietro pagamento rimangono accanto alle madri, finché i dolori siano di nuovo passati. Allo stesso modo in cui ci sono le prefiche e le donne che vestono i morti. Infatti, lavare i morti e spogliarli e rivestirli è anche un lavoro non a tutti gradito, ragion per cui ci sono persone disposte a farlo per denaro.
F.:
Mi piacerebbe una volta veder nascere un bambino.
P.: Se vuoi farti un’idea del travaglio e dei lamenti di una madre non hai bisogno di assistere proprio alla nascita di un bambino, perché può succedere piuttosto di rado, dato che la madre stessa non sa in quale momento preciso inizieranno le doglie; ti accompagnerò invece dal consigliere R., nel momento in cui egli debba recidere la gamba di un paziente o estrarre una pietra dal ventre. Questa gente si lamenta e geme proprio come fa una madre quando deve generare un figlio (...)
F.:
La mamma mi ha detto poco tempo fa che la levatrice sa subito se si tratti di un maschietto o di una femminuccia. Da che cosa può riconoscerlo?
P.:
Questo te lo voglio dire. I maschi sono in generale più larghi di spalle e hanno un’ossatura più robusta di quella delle bambine: ma soprattutto la mano e il piede di un bambino sono comunque più larghi e sformati della mano e del piede di una bambina. Osserva per esempio la mano di tua sorella che ha quasi un anno e mezzo più di te. La tua mano è molto più larga della sua, e le tue dita sono più spesse e carnose. Perciò sembrano anche più corte, benché non lo siano. J. Heusinger, 2ª ed. 1801, cit. in KR, 332 sg.)

Una volta che ci si sia presi gioco dei bambini con simili risposte si può ormai combinargliene di ogni colore.

Giova a poco, e spesso nuoce, informarli dei motivi per i quali ci rifiutiamo di accontentarli. Anche quando avete intenzione di fare ciò che desiderano, abituateli talvolta ad aspettare, ad accontentarsi solamente d’una parte delle cose domandate e ad accettare con riconoscenza anche un beneficio diverso da quello richiesto. Distraeteli da un desiderio a cui dovete opporvi, con qualche faccenda o con qualche altro soddisfacimento. Mentre mangiano, bevono o giocano, dite loro con amichevole serietà che devono interrompere per un poco i loro diletti e proporsi qualche altra cosa. Una volta che avete rifiutato, non acconsentite poi. Cercate spesso d’acquietare i fanciulli con un “forse”. Questo “forse” può qualche volta avverarsi, non sempre, e mai allorché le preghiere siano ripetute con soverchia insistenza. Se rifiutano alcuni cibi, (…) cercate la cagione di questa ripugnanza, la quale talvolta può essere vinta col digiuno o con mezzi coercitivi. Se proprio è insormontabile, non dite nulla, non sforzateli, cercate piuttosto di abituarli a poco a poco ad accettare quel cibo. Le difficoltà aumentano se poi i genitori o altre persone della famiglia non sanno vincere le proprie ripugnanze o le manifestano senza alcun riguardo. Peggio accade quando si tratta di far inghiottire medicine; ma anche in questo caso conta molto l’esempio degli adulti. Ad ogni modo l’abitudine alla puntuale obbedienza contribuisce assai a superare tutti questi ostacoli. Nelle operazioni chirurgiche non si parli troppo ai fanciulli; bisogna fare nascostamente i preparativi e consolare i pazienti con le immagini della prossima guarigione che verrà dopo un breve dolore.
Quando i fanciulli hanno paura delle tenebre è sempre colpa nostra; dovevamo abituarli al buio nelle prime settimane di vita, di preferenza quando vengono allattati nottetempo, per qualche momento spegnere il lume. Una volta che sono viziati, bisogna a poco a poco guarirli dalla malattia, spegnere, per esempio, il lume e non riaccenderlo che con una lentezza sempre maggiore, alla fine per un’ora intera; parlare tranquillamente intanto e distrarli con qualcosa che a loro piaccia. Infine s’indugia tanto che il lume non è più riacceso; conduceteli per mano nelle stanze buie e poi mandateli soli a prendere qualche cosa che sia loro gradita. Ma, se i genitori e i tutori stessi hanno ribrezzo delle tenebre, altro non so consigliare che la simulazione del coraggio. (J. B. Basedow, Metodica, cit. in KR, 258 sg.)

L’inganno pare essere uno strumento universale del potere, anche in pedagogia. Anche qui, come succede per esempio in politica, la vittoria ultima viene presentata come la “soluzione positiva” del conflitto.

(…) Occorre similmente esigere dal fanciullo l’autocontrollo, e affinché egli lo apprenda dev’essere fatto esercitare in quell’arte. In questo rientra ciò che Stoy esprime con molta eleganza nella sua enciclopedia; occorre che gli si insegni a osservare sé stesso senza tuttavia divenir vanitoso, affinché conosca gli errori contro i quali impegnare le proprie energie; occorre poi pretendere da lui determinate prestazioni. Il fanciullo deve imparare a compiere delle rinunce, a negarsi qualcosa, e deve imparare a tacere quando viene rimproverato, a pazientare di fronte alle contrarietà; deve imparare a custodire un segreto, a interrompersi nel bel mezzo di un piacere (…)
Del resto, proprio per l’esercizio dell’autocontrollo serve coraggio soltanto agli inizi, dato che - come afferma un motto sovente ripetuto in pedagogia - l’impresa riuscita genera la voglia di ripeterla; in ogni vittoria si accresce la forza della volontà che prevale, e si riduce il potere della volontà che si combatte, finché quest’ultima alla fine cede le armi. Abbiamo veduto fanciulli collerici che, come si dice, andavano fuori di sé dalla rabbia assistere con aria meravigliata, passati pochi anni, agli scoppi di rabbia degli altri, e li abbiamo uditi ringraziare il loro educatore. (Enzyklopädie cit. in KR, 381 sg.)

Per mietere tale gratitudine occorre iniziare molto presto con il condizionamento.

È difficile fallire nel dare a un giovane alberello la direzione verso cui dovrà svilupparsi, un procedimento, questo, che non può invece aver buon esito nel caso di una vecchia quercia (...)
Supponiamo che al lattante piaccia un oggetto con cui si trastulla e che gli fa passare il tempo. Lo si guardi con gentilezza e glielo si tolga sorridendo, senza la minima passionalità, senza assumere un atteggiamento serio, e lo si sostituisca immediatamente, senza farlo attendere troppo, con un altro giocattolo e trastullo: dimenticherà il primo per accettare volentieri il secondo. Frequenti e tempestive ripetizioni ditale procedimento, nel quale si apparirà altrettanto gioviali del bambino, dimostreranno che quest’ultimo non è affatto così intrattabile come lo si accusava di essere, o come sarebbe divenuto attraverso un trattamento poco assennato. Sarà difficile che dimostri ostinazione nei confronti della persona che in precedenza l’ha avvezzato a sé e ne ha conquistata la fiducia volendogli bene, giocando insieme a lui e badando a lui affettuosa- mente. Non v’è bambino che all’inizio non divenga inquieto o non si ribelli quando gli tolgano di mano un oggetto o non assecondino la sua volontà; ma ciò è dovuto al fatto che egli non vuoI perdere il suo passatempo e non sopporta di annoiarsi. Il nuovo diversivo offertogli lo induce a rinunciare a ciò che prima desiderava ardentemente. Anche se si dovesse mostrare scontento che gli si sottragga qualcosa che gli piace, dovesse pur anche piangere e urlare, non curatevene, e neppure cercate di quietarlo con carezze e restituendogli ciò che gli era stato tolto, ma continuate invece nel tentativo di orientarlo verso un altro oggetto, presentandogli un nuovo passatempo. (F. S. Boch, Lehrbuch der Erziehungskunst zum Gebrauch für christliche Eltern und künftige Junglehrer, 1780, cit. in KR, 390 sg.)

Questi consigli mi fanno ricordare un paziente cui era stato insegnato assai presto e con successo a non avvertire gli stimoli della fame “solo mediante affettuose distrazioni”. A questo addestramento si ricollegò in seguito un insieme di complicati sintomi ossessivi, volti a mascherare la sua profonda insicurezza. Naturalmente tuttavia la distrazione della sua attenzione era soltanto una delle tante forme con cui era stata combattuta la sua vitalità. Metodi molto popolari e spesso impiegati in modo inconscio sono lo sguardo e il tono di voce.

Tra questi occupa una posizione davvero preminente e degna la punizione silenziosa o il tacito rimprovero che si esprime con lo sguardo o con un gesto appropriato. Tacere è spesso più efficace che il parlar molto, e l’occhio ha più forza della bocca. A ragione si è fatto notare che l’uomo è capace di domare le bestie feroci con il proprio sguardo; come gli dovrebbe dunque essere facile sotto- mettere tutti gli impulsi e i moti malvagi e perversi di un giovane animo! Purché abbiamo usato riguardi e addestrato correttamente la sensibilità dei nostri figli sia dal principio un unico sguardo avrà maggiore efficacia della verga e della frusta in quei bambini che sappiano accogliere gli influssi più delicati. “Quel che l’occhio vede, arde in petto” dovrebbe valere come motto specifico della punizione. Mettiamo che uno dei nostri figli abbia mentito, senza che però siamo in grado di dimostrarglielo. Mentre ci troviamo a tavola, o in un’altra occasione, portiamo il discorso, come per caso, su persone che mentono e sottolineiamo quanto di vergognoso, di vile e di pernicioso ci sia nella menzogna, lanciando allo stesso tempo un’occhiata penetrante al bricconcello. Se nel suo animo c’è ancora del buono, egli si sentirà come sui carboni ardenti e perderà ogni voglia di essere insincero. E diverrà più saldo il tacito rapporto educativo esistente tra noi e lui. (...) Al silenzioso servizio dell’attività educativa stanno anche i gesti adeguati. Un mezzo movimento della mano, uno scuotimento del capo o una scrollata di spalle possono risultare assai più efficaci di tante parole (...) Oltre ai rimproveri taciti possiamo servirci dei rimproveri verbali. Anche qui, non sempre occorre far uso dei grandi e solenni discorsi. C’est le ton qui fait la musique, anche la musica dell’educazione. Chi è talmente fortunato da avere una voce capace di rendere, grazie alle variazioni di tono, i più diversi stati e moti dell’animo ha ricevuto in dono da madre natura un felice mezzo di correzione. Egli potrà iniziare i suoi esperimenti già dai bambini molto piccoli. I piccolini hanno il volto raggiante quando la madre o il padre si rivolgono loro con un tono gentile, mentre chiudono la bocca già spalancata per urlare non appena odono la voce del padre che, grave e tonante, ingiunge loro di chetarsi. E non di rado succede che i bambini piccoli si attacchino ubbidienti al poppatoio che poco prima avevano respinto, se si comanda loro di bere con il tono risoluto del rimprovero (...) Il bambino non può ancora essere così lungimirante o scrutare così a fondo nei nostri sentimenti da capire con chiarezza che solo per amore di ciò che è meglio per lui, solo perché gli vogliamo bene dobbiamo arrecargli il dolore del castigo. Le nostre proteste di amore gli appariranno ipocrite o contraddittorie. Noi adulti non sempre comprendiamo il detto della Bibbia “Dio castiga coloro che ama.” Solo dopo una lunga esperienza di vita, in seguito a profonda riflessione e credendo che l’immortalità dell’anima sia, tra i valori terreni della vita, quello da apprezzare massimamente riusciremo a riconoscere quale profonda verità e saggezza si celino in tale massima.
Il biasimo morale dev’essere scevro di passione, eppurtuttavia energico e pieno
di vigore; la passionalità riduce il rispetto e non ci mostra mai nei nostro lato migliore. Comunque, non si deve mai rintuzzare l’ira, la nobile ira che scaturisce dal profondo del sentimento morale offeso e indignato. Quanto meno il bambino è avvezzo ad avvenire passionalità nell’educatore e quanto più anche l’ira rimane scena di passione, tanto più egli sarà impressionato quando una volta tanto si scateneranno tuoni e fulmini a purificare l’aria. (A. Matthias, Wie erziehen wir unseren Sohn Benjamin?, 4ª ed. 1902, cit. in KR, 426 sgg.)

Potrà mai un bimbo piccolo arrivare a capire che il bisogno di tuoni e fulmini sale dalle profondità inconsce dell’ animo di colui che educa e non ha nulla a che fare con il suo animo infantile? Il paragone con Dio conferisce un senso di onnipotenza: come l’autentico fedele non deve porre domande a Dio (vedi il Libro della Genesi), così anche il bambino deve sottomettersi all’adulto senza chiedere spiegazioni:

Una malintesa filantropia porta a ritenere che per poter obbedire con gioia sia necessario conoscere i motivi del comando e che ogni obbedienza cieca sia un’offesa alla dignità umana. Chiunque abbia il coraggio di diffondere simili idee a casa o nella scuola, dimentica che noi adulti dobbiamo assoggettarci alla fede nella superiore sapienza dell’ordinamento divino, e che ditale fede la ragione umana non potrà mai fare a meno. Egli dimentica che tutti noi viviamo solo nella fede e non nella conoscenza. Allo stesso modo in cui agiamo in atteggiamento di fede devota nella superiore sapienza e nell’imperscrutabile amor di Dio, così il bambino deve sottomettere il proprio agire alla fede nella saggezza dei genitori e dei maestri, e trovarvi una preparazione all’obbedienza verso il Padre celeste. Chi altera questa condizione sostituisce sconsideratamente la fede con la presunzione del dubbio e disconosce al tempo stesso la natura del bambino, cui è necessaria la fede. Se si comunicano le ragioni del comando, allora non mi pare sia il caso di parlare di obbedienza. In questo modo vogliamo indurre a persuasione, e il bambino che alla fine l’abbia raggiunta non obbedisce più a noi, ma più propriamente a quelle ragioni; alla riverenza di fronte a un’intelligenza superiore subentra la compiaciuta subordinazione al proprio discernimento. L’educatore che motivi i suoi comandi giustifica nel contempo le ragioni contrarie e adultera in tal modo il rapporto con il suo pupillo. Quest’ultimo incomincia a entrare in trattative e si pone sul piano medesimo dell’educatore. Tale parità tuttavia è incompatibile con quella profonda riverenza senza la quale l’educazione non può avere buon esito. Chi, del resto, crede di riuscire a ottenere amore solo chiedendo un’obbedienza fondata sulla spiegazione delle ragioni del comando si illude amaramente, perché non conosce la natura del bambino e il suo bisogno di sottomettersi alla forza. Se l’obbedienza è nel cuore, dice un poeta, anche l’amore non tarderà a venire.
Nell’ambito familiare sono perlopiù le deboli madri a sostenere il principio filantropico, mentre il padre richiede senza troppe storie obbedienza incondizionata. E perciò la madre a venire di preferenza tiranneggiata dai suoi piccoli, mentre al padre si porta più rispetto, e per questo motivo infine è il padre il capo della casa, il quale ne determina l’atmosfera. (L. Kellner, 3ª ed. 1852, cit. in KR, 172 sg.)

L’obbedienza pare essere un incontestabile principio supremo anche nell’educazione religiosa. Nei Salmi la parola obbedienza ritorna di continuo e viene sempre messa in relazione con il pericolo della perdita dell’amore, nel caso si pecchi contro di essa. Chi esprime meraviglia al riguardo “non conosce la natura del bambino e il suo bisogno di sottomettersi alla forza”.
La Bibbia viene citata anche contro i più naturali impulsi materni, che vengono definiti come “amore cieco”.

Non è forse un amore cieco quello che coccola e vizia in tutti i modi il bambino sin dalla culla? Invece di abituare l’infante sin dal primo giorno della sua esistenza terrena all’osservanza di ordine e regolarità nel gustare il suo nutrimento e invece di porre in tal modo le prime basi per la moderazione, la pazienza e... la felicità umana, l’amore cieco si fa guidare dalle urla del lattante (...) L’amore cieco non sa essere severo, non sa rifiutare alcunché, dire di no per il vero bene del bambino; è capace solo di dire di sì per il suo danno; si fa dominare dal voler essere ciecamente buono come se fosse un istinto naturale; elargisce concessioni là dove dovrebbe proibire; è indulgente, mentre dovrebbe punire; lascia correre, mentre dovrebbe impedire. L’amore cieco non ha le idee chiare riguardo alla meta dell’educazione; è di corte vedute; vuole fare il bene del bambino, ma sceglie i mezzi sbagliati; si lascia guidare dalle sensazioni del momento invece che dalla posatezza e dalla calma riflessione. Invece di istradare il fanciullo, si fa da lui fuorviare. Non presenta alcuna vera e serena capacità di resistenza e si lascia tiranneggiare dalle proteste del bambino, dalla sua ostinazione e caparbietà, o anche dalle suppliche, dalle moine o dalle lacrime del piccolo tiranno. E il contrario del vero amore, che non arretra neppure di fronte alle punizioni. Dice la Bibbia (Siracide 30,1): “Chi ama suo figlio gli fa spesso sentire la sferza, perché alla fine possa rallegrarsi di lui”; e ancora (Siracide 30,9): “Accarezza tuo figlio e ti farà spaventare, scherza con lui e ti farà piangere (...)” Succede che i bambini allevati con questo amore cieco commettano gravi impertinenze nei confronti dei loro genitori. (A. Matthias, 4ª ed. 1902, cit. in KR, 53 sgg.)

I genitori temono talmente le “impertinenze” che talvolta ogni mezzo pare loro lecito pur di evitarle. E a tale scopo si offre loro una ricca gamma di possibilità, fra le quali ha un molo di primo piano la sottrazione d’amore nelle sue varie sfumature, dato che nessun bambino può rischiare un simile evento.

Ancor prima di divenirne cosciente, bisogna che il bambino avverta l’ordine e la disciplina acciocché passi allo stadio della coscienza vigile, dopo aver acquisito buone abitudini e aver messo un freno alla prepotenza dell’egoismo dei sensi (...) L’educatore deve dunque instillare obbedienza esercitando il suo potere mediante sguardi severi, parole decise, eventuale costrizione fisica che, se non producono del bene, almeno impediscono di fare il male, e per mezzo di punizioni. Non è tuttavia necessario che queste ultime facciano principalmente leva sul dolore fisico, dato che possono basarsi, a seconda del tipo o della frequenza della disobbedienza, sulla privazione di benefici e sulla riduzione delle dimostrazioni di amore. Per esempio, nel caso di un bambino sensibile, il quale voglia mettere in discussione l’autorità dei genitori, può rivelarsi efficace allontanarlo dal grembo materno, il rifiuto da parte del padre di dargli la mano o il ricusargli il bacio della buona notte e così via. Mentre con le dimostrazioni d’amore si conquista l’affetto del bambino, questo stesso affetto serviti a renderlo più ricettivo alla disciplina.
(...) Abbiamo definito l’obbedienza come la sottomissione della volontà al legittimo volere di un’altra persona (...) La volontà dell’educatore dev’essere salda come una fortezza, inaccessibile tanto al vizio quanto all’ostinazione, che si apre soltanto quando l’obbedienza bussi alla porta. (Enzyklopädie cit. in KR, 168 sg.)

Sin da quando è “in fasce” il bambino impara che con l’obbedienza si bussa alle porte dell’amore e purtroppo succede spesso che egli non lo dimentichi più per tutta la vita.

Per passare ora al secondo punto fondamentale che si voleva trattare, ossia sul come instillare l’obbedienza, incominciamo col rivelare che cosa può accadere a questo riguardo nella primissima infanzia. Giustamente la pedagogia insegna che il bambino manifesta una sua volontà sia da quando è in fasce e dev’essere trattato di conseguenza. (Ibid., p. 167)

Se un trattamento di questo genere viene condotto con perseveranza e viene iniziato abbastanza presto, allora si creano tutte le premesse affinché il cittadino possa poi vivere in una dittatura senza soffrirne, riuscendo perfino a identificarsi euforicamente con essa, come succedeva ai tempi di Hitler:

La salute e la forza vitale di una comunità politica dipendono infatti allo stesso modo sia dal fiorire dell’obbedienza verso le leggi e i superiori, sia dal prudente uso della forza compiuto dal capo politico. Non meno nella famiglia, in tutte le questioni educative occorre che la volontà di chi comanda e quella di chi obbedisce al comando non siano considerate in antagonismo reciproco: sono entrambe espressioni organiche di una sola e unica volontà (loc. cit.).

Come nella simbiosi che si verifica quando il bambino è “in fasce non si dà qui alcuna separazione fra soggetto e oggetto. Se il bambino impara a concepire anche le punizioni fisiche come “misure necessarie” contro i “malfattori”, nell’età adulta cercherà di proteggersi con l’obbedienza dalle punizioni e al tempo stesso non avrà alcuna remora a collaborare con il sistema punitivo. In uno stato totalitario che è un specchio della sua educazione, un simile cittadino può anche esercita ogni sorta di torture e persecuzioni senza provare rimorsi di coscienza. La sua “volontà” si identifica totalmente con quella del regime.

Sarebbe un vero residuo di presunzione aristocratica credere che solo le “masse incolte” siano recettive alla propaganda dopo che abbiamo ripetutamente potuto sperimentare quanto gli intellettuali siano facili a subire le seduzioni della dittatura. Sia Hitler che Stalin avevano un numero straordinariamente grande di seguaci fra gli intellettuali e venivano da loro idolatrati. La capacità di non respingere la realtà che percepisce non dipende assolutamente dall’intelligenza della persona ma dalla possibilità di avere accesso al vero Sé. Al contrario, l’intelligenza può aiutare a compiere innumerevoli giri viziosi quando sia necessario adattarsi. Gli educatori lo hanno sempre saputo e hanno sempre sfruttato per i propri scopi tale meccanismo; come dice il proverbi “Chi è più furbo cede, lo stupido resiste”. In uno scritto pedagogico di Grünewald del 1899 leggiamo per esempio: “Non mi è mai capita di trovare ostinazione in un bambino che avesse un buono sviluppo intellettuale o che fosse eccezionalmente dotato” (cit. in KR, 423). Più tardi da adulto, un simile bambino potrà manifestare un acume straordinario nel criticare le ideologie dei suoi avversari - durante la pubertà sottoporre persino a critica le idee dei suoi genitori - perché in questi casi le sue capacità intellettuali potranno funzionare senza inibizioni. Solo all’interno del gruppo cui appartiene (per esempio all’interno di una ideologia o di una scuola teorica) che riproduce la primitiva situazione familiare, costui darà prova di un’ingenua soggezione e di un atteggiamento acritico che farà totalmente dimenticare la brillantezza di spirito dimostrata in altre occasioni. In lui continua tragicamente a sopravvivere la primigenia dipendenza dai genitori tirannici che, come vuole la “pedagogia nera”, non verrà mai smascherata. Martin Heidegger poté per esempio distaccarsi facilmente dalla filosofia tradizionale, abbandonando così i maestri della sua adolescenza. Non riuscì invece a scorgere le contraddizioni dell’ideologia hitleriana, che tuttavia apparivano evidenti alla sua intelligenza. Egli dimostrò di subirne il fascino e di esserle fedele come un bambino piccolo che non è capace di muovere delle critiche (vedi Miller, 1979).
Avere una propria volontà e idee personali era considerata una forma di ostinazione che andava combattuta. Se osserviamo quali punizioni venissero escogitate a quel riguardo, riusciamo a capire come un bambino intelligente volesse sottrarsi a tali conseguenze e riuscisse anche a farlo senza eccessivo sforzo. Non sapeva però che poi l’avrebbe dovuta scontare in altro modo.

Il padre riceve il potere da Dio (e dal proprio padre); il maestro trova giù il terreno ben preparato per l’obbedienza; e il capo dello Stato può raccogliere ciò che era stato seminato.

Al vertice delle punizioni troviamo l’atto punitivo più energico: quello della punizione corporale. Come la verga è il simbolo della disciplina paterna in casa, così la bacchetta è l’emblema della disciplina scolastica. Ci fu un tempo in cui la bacchetta era la panacea per tutte le malefatte che si commettevano a scuola, come la verga lo era in casa. Quel “modo velato di parlare con l’anima” è antichissimo e comune a tutti i popoli. Che cosa c’è di più ovvio della regola che afferma: “Chi non sta a sentire deve sentirsele?” Le busse pedagogiche sono un’azione energica che accompagna le parole per rafforzarne l’efficacia. Nel modo più diretto e naturale quest’azione esordisce con uno schiaffo a volte introdotto da una energica tirata d’orecchi che noi ancora ben ricordiamo dal tempo della nostra gioventù. Essa costituisce un richiamo inequivocabile alla presenza di un organo dell’udito e all’uso che occorre fame. Ha evidentemente un significato simbolico come il ceffone sulla bocca che fa appello all’organo del linguaggio e ammonisce a fame un uso migliore. Questi due castighi corporali sono i più primitivi e tipici (...) Anche gli scapaccioni e le tirate di capelli, che sono ancor sempre in voga, recano in sé una sorta di simbolismo (...) Una vera pedagogia cristiana che considera la creatura umana non per quello che dovrebbe essere, ma per quello che è non potrà, per principio, rinunziare a ogni forma di punizione corporale; è proprio la punizione adatta per talune mancanze: essa umilia e impressiona il bambino, attesta la necessità di inchinarsi a un ordine superiore e rivela allo stesso tempo tutto il vigore dell’amore paterno (...) Avrebbe tutta la nostra comprensione il maestro coscienzioso che dicesse: “Preferirei non fare più il maestro piuttosto di dover rinunciare alla potestà di dar di piglio, quando è necessario, alla bacchetta, quale ultima ratio” (…)
“Il padre che punisce suo figlio avverte su di sé le botte che gli somministra; la severità è quindi un merito quando si sia di cuore tenero”, scrive il poeta Rückert. Se il maestro è un vero rappresentante del padre a scuola saprà all’occorrenza anche amare con la bacchetta, spesso in modo più puro e più profondo di molti padri naturali. E sebbene noi definiamo un giovane cuore come un cuore peccatore tuttavia crediamo di poter asserire che il giovane cuore comprende solitamente questo amore, anche se non sempre sul momento. (Enzyklopädie..., cit. in KR, 433 sgg.)

Quest’ “amore” interiorizzato accompagna il “giovane cuore” talvolta sino in età avanzata. Esso si lascerà manipolare dai media senza opporre resistenza se è abituato al fatto che le sue “inclinazioni” vengono manipolate e se non ha mai conosciuto altre possibilità.

L’educatore ha da porre anzitutto la più attenta cura acciocché le inclinazioni ostili e avverse alla sua superiore volontà, invece di essere (come generalmente accade) risvegliate e alimentate dalla prima educazione, vengano in tutti i modi possibili ostacolate sul nascere, o perlomeno nuovamente estirpate quanto prima (…)
Tanto meno il fanciullo deve imparare a conoscere le inclinazioni sfavorevoli a uno sviluppo superiore tanto più è invece opportuno che egli venga introdotto con zelo e con frequenza a prender confidenza con tutte le inclinazioni. rimanenti, perlomeno con i loro primi germi.
L’educatore induca quindi assai per tempo nel fanciullo molte e durature indi nazioni del miglior tipo. Lo muova spesso e in molte maniere all’allegria alla contentezza, all’entusiasmo, alla speranza eccetera, ma anche lo induca sia pur più raramente e per breve tempo, a provar timore, tristezza e così via. Il soddisfacimento di molti bisogni non solo fisici ma anche eminentemente spirituali, il mancato soddisfacimento dei medesimi, o ancora le varie combinazioni di entrambi i casi gli possono dare sufficienti occasioni a tale uopo. Egli tuttavia deve allestire ogni cosa in maniera tale che il tutto assuma un aspetto naturale e non paia frutto del suo arbitrio. Gli eventi spiacevoli provocati dall’educatore, in particolare, non devono tradire mai la loro origine. (K. Weiller, Versuch eines Lehrgebäudes der Erziehungskunde 1805, cit. in KR, 469 sg.)

Non è consentito giungere a scoprire a chi possa giovare la manipolazione. Lo spirito di investigazione viene distrutto o deviato facendo sorgere delle inquietudini nei bambini.

Sappiamo bene, altresì, quanto siano curiosi i bambini, in particolare quelli un po’ più grandicelli su questo punto, e quali singolari vie e mezzi essi spesso scelgano per conoscere la differenza naturale con l’altro sesso. Si può di certo ritenere che ogni scoperta che essi riescono a compiere da soli fornisca sempre maggiore esca alla già fervida immaginazione loro e che essa si rivelerà pericolosa per la loro innocenza. Per questo semplice motivo sarebbe consigliabile precederli, e la lezione di cui si è parlato in precedenza lo rende comunque necessario. Sarebbe tuttavia una vera e propria offesa al senso del pudore se si volesse lasciare che un sesso scoprisse la sua nudità di fronte all’altro. Anche se il maschietto sapesse com’è fatto il corpo femminile, e la fanciulla come è fatto quello maschile, essi non ne ricaverebbero un’idea ben precisa, e oltretutto non si porrebbe più alcun argine alla loro curiosità. Entrambi devono venirlo a sapere in un modo più serio. Le tavole illustrate potrebbero rivelarsi soddisfacenti in questa materia, ma esse presentano forse la cosa in modo chiaro? Non fanno forse venir voglia di compiere raffronti con la natura? Tutte queste preoccupazioni scompaiono se ci si serve a tale scopo di un corpo umano inanimato. Lo spettacolo di un cadavere ispira gravità e induce alla riflessione, e questa è l’atmosfera migliore che un bambino possa sperimentare in simili circostanze. Per una naturale associazione di idee il suo successivo ricordo di quella scena assumerà anche un’impronta solenne. L’immagine che rimarrà nel suo animo non avrà nulla del fascino seducente delle immagini che la fantasia volontariamente produce o che può scaturire da altri oggetti meno austeri. Se tutti i fanciulli potessero essere istruiti sulla riproduzione umana da una lezione di anatomia, non ci sarebbe bisogno di tanta preparazione. Ma siccome le occasioni di questo tipo sono tanto rare, ciascuno potrà impartire loro le istruzioni necessarie nel modo che si è detto. Spesso lo spunto per iniziare tale discorso potrà essere fornito dalla vista di un cadavere. (J. Oest, 1787, cit. in KR, 328 sg.)

Servirsi della vista di cadaveri per debellare la pulsione sessuale è considerato come un mezzo legittimo per tutelare 1’ “innocenza”; al tempo stesso però questo metodo prepara il terreno allo sviluppo delle perversioni. Adempie questa stessa funzione anche il disgusto indotto sistematicamente di fronte al proprio corpo:

Cercare di instillare la pudicizia è assai meno efficace che insegnare al bambino a considerare ogni denudamento e tutto ciò che ad esso si connette come un comportamento riprovevole e un’offesa per gli altri; come per esempio sarebbe offensivo pretendere da qualcuno - il quale non venga pagato per questa bisogna - che ci andasse a vuotare il vaso da notte. Perciò proporrei di seguire ogni quindici giorni o una volta al mese questa procedura: far lavare dalla testa ai piedi i bambini da una sudicia e vecchia donnaccia, senza che nessun altro sia presente, quando i genitori o chi per loro abbiano avuto cura di controllare che tale vecchiaccia non tralasci alcuna parte. Questo andrebbe presentato ai ragazzi come un compito disgustoso e si dovrebbe dir loro che si è dovuto provvedere a pagare quella vecchia affinché si assumesse un compito, pur necessario per la salute e la pulizia, ma così disgustoso che nessun altro potrebbe farsene carico. Questo per impedire che vengano sopraffatti da un’improvvisa vergogna. (Ibid., pp. 329 sg.)

L’effetto-vergogna può essere impiegato anche per combattere l’ostinazione.

Continua...

La persecuzione del bambino. Le radici della violenza - Bollati Boringhieri Editore

INDICE

Prefazione

L'educazione come persecuzione di ogni elemento vitale

  1. La 'pedagogia nera'

  2. Esiste una 'pedagogia bianca'?

L'ultimo atto del dramma silenzioso:
il mondo intero è agghiacciato

  1. Introduzione

  2. Christiane F. La guera di annientamento contro il proprio Sé

  3. L'infanzia di Adolf Hitler: dagli orrori segreti a quelli manifesti

  4. Jürgen Bartsch: retrospettiva di una vita

  5. Considerazioni conclusive

Sulla via della riconciliazione:
agoscia, ira e lutto, ma non sensi di colpa

  1. Anche la crudeltà non voluta fa male

  2. Sylvia Plath o la proibizione di soffrire

  3. L'ira non visssuta

  4. Il permesso di sapere

  5. Poscritto

Appendice

Bibilografia